PICCOLE ABITUDINI PER GRANDI CAMBIAMENTI – TRASFORMA LA TUA VITA UN PICCOLO PASSO PER VOLTA – James Clear – Consigli principali

Titolo originale: Atomic Habits. An Easy and Proven Way to Build Good Habits and Break Bad Ones

 

Un’abitudine è una routine o un comportamento che viene eseguito in modo regolare e, in molti casi, automatico. Semestre dopo semestre, accumulavo abitudini, piccole ma costanti, che alla fine hanno dato risultati all’inizio inimmaginabili.

È molto facile sopravvalutare l’importanza di un momento cruciale e sottovalutare i piccoli miglioramenti che si possono fare giorno dopo giorno. Troppo spesso ci convinciamo che grandi risultati richiedano grandi azioni: che si tratti di perdere peso, di avviare un’attività lavorativa, di scrivere un libro, di vincere un campionato o di raggiungere qualunque altro obiettivo, sottoponiamo noi stessi a una forte pressione per ottenere “lo sconvolgente miglioramento di cui tutti parleranno”.

Invece un miglioramento dell’1 per cento non è di particolare rilievo, certe volte non è nemmeno percepibile, ma può essere molto più significativo, specialmente nel lungo periodo. La differenza che un minuscolo cambiamento può fare nel corso del tempo è stupefacente. I conti sono presto fatti: se si riesce a migliorare dell’1 per cento ogni giorno per un anno, si finirà per essere trentasette volte migliori. Per contro, peggiorando dell’1 per cento per un anno si precipiterà fin quasi allo zero. Ciò che all’inizio è solo un piccolo traguardo o una minima battuta d’arresto si moltiplica in qualcosa di assai più grande.

Le abitudini sono l’interesse composto dell’automiglioramento. Esattamente come il denaro si moltiplica attraverso l’interesse composto, gli effetti delle abitudini si moltiplicano reiterandole. Sembrano fare pochissima differenza ogni giorno, eppure l’impatto che hanno nel corso dei mesi e degli anni può essere enorme. Solo quando ci si guarda indietro a distanza di due, cinque o magari dieci anni, il valore delle buone abitudini e il costo di quelle cattive si mostra in tutta la sua evidenza.

Può essere un concetto difficile da recepire nella vita di tutti i giorni. Spesso trascuriamo di fare piccoli cambiamenti perché non sembrano molto rilevanti sul momento. Se risparmiamo un po’ di denaro adesso, continuiamo comunque a non essere milionari; se andiamo in palestra tre giorni di seguito, continuiamo comunque a essere fuori forma; se stasera studiamo cinese per un’ora, continuiamo comunque a non sapere la lingua. Facciamo qualche cambiamento, ma i risultati sembrano non arrivare mai in breve tempo, e così ricadiamo nelle nostre abitudini precedenti.

1 per cento di miglioramento al giorno.

Gli effetti delle piccole abitudini vengono capitalizzati nel tempo. Per esempio, se riuscissimo a migliorare solo dell’1 per cento ogni giorno, ci ritroveremmo con risultati quasi trentasette volte migliori dopo un anno.

Purtroppo la lentezza della trasformazione fa sì che rischiamo di scivolare di nuovo nelle cattive abitudini. Se oggi consumiamo un pasto poco sano, la bilancia non si muoverà granché. Se stasera lavoriamo fino a tardi e trascuriamo la famiglia, ci perdoneranno. Se continuiamo a procrastinare e rimandiamo a domani un progetto, ci sarà comunque tempo per portarlo a termine. Una singola decisione è facile da ignorare.

Ma se ripetiamo un 1 per cento di errori giorno dopo giorno, reiterando le decisioni sbagliate, moltiplicando gli errori veniali e razionalizzando le scusanti, le nostre piccole scelte verranno capitalizzate trasformandosi in un risultato dannoso. È l’accumulo di tanti passi falsi – un 1 per cento in meno qua e là – che alla fine porta ad avere un problema.

Detto ciò, non ha nessuna importanza quanto successo abbiamo o non abbiamo in questo momento. La cosa importante è se le nostre abitudini ci stiano portando sulla strada del successo. Dovremmo preoccuparci molto di più della nostra attuale traiettoria invece che degli attuali risultati. Se siamo milionari ma spendiamo ogni mese più di quello che guadagniamo, allora la traiettoria è sbagliata: se non cambiamo le nostre abitudini di spesa andrà a finire male. Al contrario, se siamo al verde ma risparmiamo un po’ ogni mese, allora siamo sulla strada che porta all’indipendenza economica, anche se procediamo più lentamente di quanto vorremmo.

I risultati che otteniamo non sono indicatori attendibili delle nostre abitudini. Il saldo del conto in banca non è un indicatore attendibile delle nostre abitudini di spesa. Il peso sulla bilancia non è un indicatore attendibile delle nostre abitudini alimentari. Le cose che sappiamo non sono un indicatore attendibile delle nostre abitudini di studio. Il disordine in casa non è un indicatore attendibile delle nostre abitudini di pulizia. Si raccoglie ciò che si semina (ripetutamente).

Se vogliamo una previsione di dove ci porterà la vita, non dobbiamo fare altro che seguire la curva dei piccoli guadagni e delle piccole perdite, e vedere in tal modo quale sarà il risultato delle nostre scelte quotidiane tra dieci o vent’anni. Stiamo spendendo, mensilmente, meno di quello che guadagniamo? Riusciamo ad andare in palestra tutte le settimane? Leggiamo libri e impariamo qualcosa di nuovo ogni giorno? Piccolissime battaglie come queste sono quelle che definiscono chi saremo in futuro.

Il tempo enfatizza il confine tra successo e fallimento. Moltiplicherà qualunque cosa gli diamo in pasto. Le buone abitudini fanno del tempo il nostro alleato, quelle cattive ne fanno il nostro nemico.

Le abitudini sono un’arma a doppio taglio. Quelle cattive sono in grado di distruggerci con la stessa facilità con cui quelle buone possono farci crescere, ed ecco perché comprenderne i dettagli è fondamentale. Bisogna sapere come funzionano le abitudini e come programmarle a proprio piacimento, in modo da evitare il lato pericoloso della lama.

In cosa consiste davvero il progresso

Immaginiamo che ci sia un cubetto di ghiaccio sul tavolo davanti a noi. La stanza è fredda e il nostro respiro si condensa. La temperatura è di sette gradi sotto zero. Molto molto lentamente, la stanza comincia a riscaldarsi.

Meno sei gradi.

Meno cinque.

Meno quattro.

Il cubetto di ghiaccio è ancora lì sul tavolo davanti a noi.

Meno tre gradi.

Meno due.

Meno uno.

Continua a non succedere niente.

Poi, zero gradi. Il ghiaccio comincia a sciogliersi. Una variazione di un grado, apparentemente non dissimile dagli aumenti di temperatura precedenti, ha condotto a un enorme cambiamento.

I momenti di svolta sono spesso il risultato di molte azioni precedenti, che hanno costruito il potenziale richiesto per scatenare un cambiamento importante. Questo schema si ripresenta ovunque. Il cancro permane in uno stato non rilevabile per l’80 per cento della sua esistenza, poi prende il sopravvento sul corpo nel giro di qualche mese. Il bambù è quasi invisibile per i primi cinque anni, durante i quali espande un vasto sistema di radici sotto terra, per poi esplodere e crescere fino a un’altezza di trenta metri in sei settimane.

Allo stesso modo, le abitudini spesso non sembrano fare differenza finché non si supera una soglia critica, sbloccando un nuovo livello di prestazioni. Nella fase iniziale e centrale di qualunque impresa ci si ritrova spesso in una Valle della Delusione: ci si aspetta di fare progressi in modo lineare, ed è frustrante vedere quanto possono apparire inefficaci i cambiamenti nel corso dei primi giorni, settimane e anche mesi. Sembra di non andare da nessuna parte. È la caratteristica di qualunque processo di capitalizzazione: i risultati più eclatanti sono posticipati.

Questa è una delle ragioni fondamentali per cui è così difficile acquisire abitudini durature. Le persone apportano piccoli cambiamenti, non vedono risultati tangibili, e decidono di smettere. Pensano: “È un mese che vado a correre tutti i giorni, perché non vedo cambiamenti nel mio corpo?”. Quando questo genere di pensieri prende il sopravvento, è facile lasciar perdere le buone abitudini. Ma per poter fare una differenza significativa, le abitudini devono perdurare abbastanza da superare questo livello critico, quello che io definisco il “Livello del Potenziale Latente”.

Se ci accorgiamo di fare fatica a instaurare una buona abitudine o ad abbandonarne una cattiva, non è perché abbiamo perso la capacità di migliorare: spesso è perché non abbiamo ancora superato il Livello del Potenziale Latente. Lamentarsi di non aver ottenuto niente nonostante il duro lavoro è come lamentarsi del cubetto di ghiaccio che non si scioglie nonostante lo abbiamo riscaldato da -7 a -1 gradi. Il duro lavoro non è andato sprecato, ma tutto succederà a zero gradi.

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Strada senza cuore alla Jed McKenna… o strada con un cuore alla Castaneda?

Il brano riguarda il dialogo tra Jed McKenna e Arthur, un visitatore di Jed.
Arthur interrompe i miei pensieri e mi dice. “Ho letto che Don Juan ha detto …”
Jed: “Whoa,” gli rispondo, “Aspetta un secondo e fammi indovinare. Ti riferisci al percorso con il cuore?”
Arthur: “Sì.”
Jed: “Ok, rispondo ad Arthur. Conosco il libro di Carlos Castaneda in cui Don Juan consiglia a Carlito di scegliere un percorso con il cuore. Lo conosco per la stessa ragione per cui molti ricercatori spirituali hanno familiarità con esso, perché ha quell’alone di saggezza che lo rende l’unica cosa tra tutti gli scritti di Castaneda che viene comunemente ricordata. Il fatto che sia così diffuso e ‘condiviso dalla massa’ – o gregge spirituale – rende per caso il percorso con un cuore un vero percorso, un percorso valido?
Ovviamente no, è soltanto un altro cliché.
Solo un altro mezzo di distrazione.
Sono ben consapevole del fatto che molte delle dottrine spirituali più popolari al mondo sostengono un approccio centrato sul cuore, ma la popolarità potrebbe non essere il miglior criterio per valutare un percorso di Risveglio.
“Lascia che te lo dica chiaramente, Arthur: io non ho cuore!
Nel momento in cui – per darti soddisfazione – dovessi indicare un qualsiasi percorso, il percorso che consiglierei sarebbe un percorso senza cuore, privo di compassione, totalmente privo di qualsiasi interesse o di qualunque pensiero per gli altri.
Il discorso è semplice: prima svegliati!
Svegliati, prima di tutto, e dopo – forse – potrai essere di qualche utilità per gli altri, sempre che tu ne abbia ancora voglia.
Prima svegliati, con un puro intento, senza rimorsi, altrimenti sarai solo un’altra vittima di un naufragio che si dibatte sull’umanità e tutta la compassione del mondo sarà assolutamente inutile per le altre vittime che si dibattono intorno a te.
Risolvi prima la tua situazione personale, svegliandoti!
E poi, forse, la compassione che potrebbe sorgere si tradurrà in qualcosa di valore per gli altri.
Suppongo che parlare di percorso senza cuore, di percorso in cui la precedenza non viene data al cuore o alla compassione ma viene data al Risveglio, suoni crudele o non spirituale o altro, ma una cosa funziona soltanto nel momento in cui funziona.
E il percorso con il cuoricino non funziona.
Il percorso del Risveglio, senza cuoricini, invece funziona!
Capisci cosa intendo?”
Arthur annuisce, ma rimane pensieroso… forse ho ferito il suo cuoricino.
Tratto da:

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Ogni tanto togliti la maschera, magari gli altri ti accettano lo stesso.

 

Cosa c’è di male se ti togli la maschera?

Ovviamente non intendo la maschera da massone fpP2, o meglio non solo quella, ma quella caratteriale, psicologica, emotiva, estetica, sociale.

Mi riferisco ai sottili strati con cui continui a mascherare la tua sensibilità, i tuoi sentimenti, le tue intenzioni, le tue intuizioni, i tuoi dubbi.

Gli strati di falsità, menzogna, messinscena con cui hai mascherato il tuo essere più autentico.

Gli strati di codardia, paura, vigliaccheria con cui stai occultando la tua responsabilità.

I gradi di ignoranza, menefreghismo, ingenuità con cui stai trascurando e sottacendo dei fatti che ti riguardano da vicino.

I livelli di apatia, pigrizia, torpore, rincoglionimento con cui stai trattenendo i tuoi impulsi più sani, naturali, vitali.

I gradi di aggressività, malevolenza con cui stai ferendo te stesso e calpestando la tua stessa dignità.

I livelli di finzione interiore con cui stai promuovendo la finzione esteriore.

Sono queste le maschere che dovresti togliere.

Sono queste maschere a soffocare la tua esistenza, a toglierti l’energia vitale, a distorcere la tua percezione, a compromettere la tua salute, offuscare la tua mente, intossicare il tuo corpo, rovinare le tue relazioni.

Insomma, ogni tanto prova a levarti la maschera (personale, familiare, sociale, sentimentale, spirituale), magari fai più bella figura, e mal che vada ti sentirai meglio con te stesso.

E se la gran loggia sociale non ti accetta senza la tessera e la maschera P2, sono cazzi suoi. La vera questione è capire perché vuoi ancora far parte di quella loggia… perché vuoi ancora eccellere in quella stupida graduatoria socio/virtuale? A quale grado vorresti arrivare? E per cosa? Non hai capito che sono soltanto puttanate per stuprarti il cervello?

(ZeRo)

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Voi due siete una bellissima coppia, tu e il tuo smisurato ego.

Come va il rapporto con il tuo smisurato ego?

Scommetto che andate d’amore e d’accordo.

C’è molta sintonia con lui?

Tu cosa saresti? Sei la parte dominante? Sei più sado o maso?

Fammi indovinare… tu sei la sua obbediente cagnolina, vero?

Come ti tratta il tuo ego?

Ti piacciono le sue frustate?

Hai soddisfatto il tuo padroncino oggi?

Ti sei truccata per bene, come ha detto lui?

Ti sei ritoccata i giusti punti del corpo?

Ti sei giudicata secondo i suoi parametri?

Mi raccomando che le misure contano e l’apparenza è tutto.

E ti sei ricordata di rispecchiarti, per prudenza?

Occhio che poi sorgono i sensi di colpa se non fai la brava bambina!

Il tuo padroncino poi ti sculaccia, ti fa avere gli incubi.

Hai aderito anche oggi al suo sistema di pensieri?

Ti sei riempita la bocca di parole insulse, pettegolezzi, giudizi, opinioni, commenti sterili, offese gratuite, frasi fatte?

Ed ad amor proprio come stai messa?

Ti sei gonfiata d’orgoglio come un rospo?

Hai dimostrato a tutti quanto sei intelligente, perspicace, affascinante, altruista?

Hai detto la tua? Gliele hai cantate? Gli hai dato filo da torcere? Hai dimostrato agli altri quanto la sai lunga? No, perché la tua opinione è sacrosanta. Per carità… fortuna che ci sei tu.

Grazie di esistere, tesoro.

Grazie di adorare ogni giorno il tuo Dio, l’io.

Mi raccomando di continuare così.

Quella è la strada da seguire.

Bravissima.

(ZeRo)

Opere di ZeRo: https://payhip.com/ZeRoVe

Per sessioni private contattatemi a: https://risvegliodalsogno.wixsite.com/risveglio

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Komi non riesce a comunicare – e nemmeno tu (puoi dire l’indicibile)

L’altro giorno ho dato un’occhiata a “Komi Can’t Communicate”.

Senza fare lo spoiler, si tratta di un simpatico manga incentrato su una ragazzina che non riesce a comunicare come gli altri. La povera Komi ce le ha tutte: soffre di ansia sociale, paura di parlare in pubblico, balbuzie, etc.

Insomma le risulta impossibile dire ciò che prova, ciò che sente, ciò che percepisce.

Non riesce a parlare come gli altri, non riesce a comportarsi come gli altri, non riesce a interagire o relazionarsi verbalmente, e per questo viene sistematicamente fraintesa, esclusa, derisa, allontanata.

Gli altri, i “normali”, sarebbero i suoi compagni, quelli che riescono a comunicare con disinvoltura, chiacchierare, padroneggiare gli scioglilingua, parlare 5 lingue morte, etc.

Agli occhi di Komi, i normali, i sani, gli intelligenti, i bravi, i meritevoli sono quelli che sanno sempre quello che dicono.

Quella normale, sana, intelligente, speciale invece è Komi, ma lei non lo sa. Non sa che il suo non sapere è del tutto comprensibile. Non le hanno insegnato la distinzione tra falso sapere e conoscenza silenziosa; non conosce il demone della dialettica (come lo definiscono alcune tradizioni buddhiste).

Se ad esempio le avessero spiegato che gli altri, quelli che lei considera normali o speciali, sono posseduti dal demone della dialettica allora si sentirebbe meno a disagio, noterebbe che c’è qualcosa di malsano nel chiacchiericcio logorroico dell’uomo comune; riconoscerebbe che sotto sotto nascondono uno stato ansiogeno, un’insoddisfazione di fondo, un bisogno di riconoscimento, una dipendenza dal blablabla. Insomma riconoscerebbe che in fondo non stanno bene come dicono. Riconoscerebbe che il 99% di ciò che dicono è menzognero, non autentico, inventato, convenzionale. Vedrebbe la recita umana in tutta la sua tragicomicità.

Guarderebbe oltre il velo delle parole e non si farebbe ammaliare dal demone della dialettica.

Parafrasando Umberto Eco (Il pendolo di Foucault), direi a Komi:

«Komi, per loro, per i tuoi amici, tutto è una metafora, piena di segreti […] Sarebbe bastato che ti fossi fermata lì, all’indicibile. Che avessi scritto un libro bianco per spiegargli che il secretum secretorum non doveva più essere cercato, che la lettura della vita non celava alcun senso riposto, e che tutto era lì!

Lì, nell’indicibile».

Ma Komi è ancora una ragazzina, non è un iniziato o una monaca Zen, non punta (ancora) all’autorealizzazione, ed è giusto che alla sua età faccia tutte le esperienze che preferisce.

È giusto che senta quel disagio e che tenti di superarlo a modo suo – anzi nel modo degli altri. Poi si renderà conto che il modo (e il mondo) degli altri non funziona per conoscere se stessa. Quindi si riconcilierà con quello che ha sempre tentato di evitare: l’indicibile.

Riconoscerà che ciò che spingeva gli altri a parlare a vanvera era la paura fottuta dell’indicibile.

Parlano per pararsi il culo.

Più parlano a vanvera, più sono fifoni… fifoni del silenzio.

Dietro tutte le loro parole c’era soltanto la paura. La stessa paura che lei sentiva fin da bambina. Ma adesso impara a convivere con quella paura, sa che l’indicibile mondo interiore è un mistero da osservare con cura, rispettare, contemplare.

Ma questa Komi che sto descrivendo è quella che immagino se fosse mia figlia.

La Komi del manga è semplicemente timorosa di non avere abbastanza amici ed è afflitta dal non poter dire l’indicibile. Probabilmente ne è troppo consapevole, troppo preoccupata, troppo ansiosa, ma quella reazione è più che plausibile quando si realizzano le profondità dell’indicibile.

Le sensazioni, le percezioni, i sentimenti risultano indicibili, impossibili da tradurre a parole. E questo mistero la blocca, le produce un nodo alla gola, provoca dubbi e perplessità.

Lei sa – o intuisce – che le parole non possono tradurre nulla; non ne è del tutto consapevole e per questo ci rimane male, si sente afflitta, frustrata, delusa. Non sa che è sulla buona strada. Non ha incontrato nessuno che le dicesse:

“Komi, tranquilla, loro non sanno un cazzo… ciò che dicono non vale niente.

Non diventare come loro.

Non farti prendere dal panico.

Loro provano il tuo stesso disagio e cercano di coprirlo con un finto sapere; ripetono gli errori tramandati dai loro genitori, nonni, bisnonni… Coprono l’indicibile fingendo di sapere ciò che sentono, fingendo di conoscere gli altri, fingendo di sapere quello che percepiscono. Ma non sanno nulla della percezione. Non hanno la più pallida idea di cosa significhi davvero percepire, del come avviene tale processo, etc.

Komi, tu invece ti sei guardata dentro, hai scoperto qualcosa di indicibile; ti sei resa conto che la percezione non ha nulla di razionale, nulla di scontato, banale. Si tratta di qualcosa di talmente misterioso da averti ammutolito, e quella paralisi dell’intelletto è la reazione più naturale che possa emergere al contatto con quel mistero. Sei come una mistica prematura che ha accidentalmente avuto una visione. Sei una giovane mistica ad un passo dall’estasi.

Accidenti… Se solo sapessi contemplare quell’indicibile invece di denigrarlo con le puttanate che ti hanno insegnato a casa, a scuola, nella società.

Lascia perdere il public speaking, le diavolerie del marketing, il demone della dialettica.

Punta più in alto. Punta più in dentro. Punta più indietro.

Sii felice di essere in costante contatto con l’indicibile.

L’indicibile ti sta richiamando a Sé, ti vuole tutta per Lui…

Giovane Komi, lasciati sverginare dall’indicibile”.

Questo, più o meno, è quello che direi a mia figlia.  Magari eviterei il discorso sullo sverginamento, e mi soffermerei sul rapporto mistico/silenzioso/contemplativo con l’indicibile.

Probabilmente una ragazzina di 13 anni non sarebbe pronta per un discorso del genere. Tenterebbe di sbarazzarsi di quel fardello, cercherebbe di dimenticare le mie parole, si sforzerebbe di dimenticare l’intuizione dell’indicibile, e cercherebbe di adeguarsi al modus operandi del gregge umano. Cercherebbe di riempirsi la bocca di vocaboli inutili, di falso sapere, di pettegolezzi.

Poi magari, una volta che venisse accolta, accettata, ammirata dalle altre ragazzine, una volta che il suo ego smettesse di rompere i coglioni, una volta che il disagio sociale venisse disfatto, potrebbe dedicarsi seriamente a quel mistero e lasciarsi tranquillamente sverginare dall’indicibile.
(ZeRo)

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LIBRI DEL RISVEGLIO

 

IL PRIMO PASSO VERSO LA TUA FINE

 

Il Primo Passo nel viaggio verso il Risveglio sarà preceduto da un lungo periodo di lenta e profonda comprensione nella quale esplori ogni possibile strada e inspiegabilmente scopri che non c’è nulla che dev’essere scoperto. Questa insolita scoperta viene sperimentata come un restringimento del mondo, una compressione del senso dell’io, il quale si stringe e restringe finché non crea una pressione così insopportabile da sovvertire la tua percezione, decomprimersi bruscamente, scoppiare e spingere involontariamente, spontaneamente, irrevocabilmente a fare il Primo Passo.

Con il Primo Passo vengono accidentalmente calpestati tutti i tuoi sogni.

Questo Primo Passo comporta un terrificante agguato a te stesso, un micidiale scacco matto alla tua mente; tutti i movimenti (intenzioni, propositi, pensieri) che vengono dopo lo scacco matto interiore verranno automaticamente neutralizzati e vanificati all’istante.

Il Primo Passo consiste nell’andare oltre… oltre se stessi, oltre l’io, oltre gli altri, oltre il mondo fisico/materiale, oltre il mondo metafisico/spirituale.
Da quell’oltre non vi è ritorno poiché non vi è mai stata alcuna andata.
L’andata e ritorno era (è e sarà) un’illusione, una finzione, un sogno ad occhi aperti, una simulazione propriocettiva…

Questo Primo Passo è contraddistinto da ciò che Jed McKenna chiama “Done!”.
Done vuol dire “finito o sfinito”.
Il Primo Passo verso il Risveglio ti sfinisce, sfinisce il buon praticante e il bravo meditante che credi di essere, sfinisce il tuo ego e con esso finisce il senso dell’io, finisce la tua storia personale, finisce la tua meditazione, finisce la tua pratica, finisce la tua ricerca, finisce tutto ciò in cui credi.
Il Primo Passo corrisponde all’ultimo passo della tua attuale, fittizia, tragicomica identità.

Con il Primo Passo ti lasci tutto alle spalle!
Ti lasci alle spalle ogni speranza, ogni esperienza, ogni relazione, ogni dovere, ogni interesse.
Quanto ti sembra invitante una cosa del genere?
Assomiglia alle fiabesche descrizioni che hai letto o sentito sull’illuminazione spirituale?
Per niente!
Il Risveglio spirituale non ha nulla di fiabesco.

Il Primo Passo verso il Risveglio non ha niente a che fare con la Sat-Cit-Ananda, con la beatitudine, con l’estasi mistica che ti promettono i santoni spirituali.
Il Primo Passo assomiglia allo scivolamento su una buccia di banana collocata sul bordo di un precipizio.
Fare il Primo Passo non è intenzionale come non può essere intenzionale scivolare su una buccia di banana che si trova sul bordo di un precipizio. Chi farebbe volontariamente un passo del genere?
Chi farebbe deliberatamente un passo verso la propria fine?

Chi si trova là non sa a cosa sta andando incontro e se lo sapesse si allontanerebbe immediatamente come un ignaro passante si allontanerebbe frettolosamente da un burrone rivolto verso l’abisso.

Dopo il Primo passo le probabilità di rimanere sospesi nel vuoto mentale ed esistenziale sono assicurate, mentre le probabilità di avere la solida terra sotto i piedi e le probabilità di ritornare a interagire normalmente con il mondo di tutti i giorni sono azzerate.

Tu non lo sai ancora ma nel momento stesso in cui ti sei messo a sbirciare questo genere di informazioni hai rischiato di fare quel Primo maledettissimo Passo verso lo sfinimento della tua vita.
Se continui seriamente questo tipo d’indagine preparati ad una grossa ricaduta, una perdita incolmabile, la perdita definitiva della tua identità.
Questo testo rappresenta la buccia di banana verso il tuo abisso.

Se sei affezionato ai tuoi sogni, se sei convinto della realtà delle tue esperienze, se ti senti attaccato alla tua identità ed emotivamente legato alla tua storia personale, ti sconsiglio la lettura dei miei contenuti.
Sei stato avvisato.

ZeRo – (Tratto da Senz’io si vive da Dio, vol. teorico)

Libertà non duale – Lisa Lennon

Riassunto del libro di Lisa Lennon – Nothing Happening.
Traduzione e riformulazione di ZeRo.

*

È buffo vedere che per tutto questo tempo credevo di essere alla ricerca della libertà e l’ironia è che non c’era mai nessun ricercatore. C’era solo la libertà, che passava inosservata e non veniva vista a causa della ricerca della libertà.
Quello che viene rivelato è che anche il senso di me, il senso del ricercatore, era anch’esso un’apparizione della libertà.
Tutto è lei, tutto è una sua vibrante apparizione. Persino la manifestazione più tediosa, irritante o dolorosa. È una straordinaria sinfonia dove ogni nota viene suonata in totale libertà.
La tua storia, la mia storia o la storia di chiunque altro è soltanto una delle tante note di questa magnifica sinfonia.
E in fondo tutte le storie dei ricercatori sono come qualsiasi atra storia: l’abbiamo già sentita, ci sembra familiare, a volte ci annoia, altre volte ci sorprende, ma qualunque storia ha gli stessi elementi e il medesimo (finto) protagonista: me.

*

Non c’è nessuno qui che conosce la non dualità o che dimora in uno stato non duale. Ci sono cambiamenti apparenti di carattere, c’è rilassamento oppure c’è un fluido movimento che si svolge senza il senso del tempo.

*

Tutto ciò che racconto a proposito della mia storia personale, riguardo la sofferenza passata, la ricerca, la fine della ricerca, e così via, non ha nessuna rilevanza perché tutta quella storia era -ed è – solo un’espressione artistica della libertà.
In termini di non dualità, nulla di ciò che viene descritto a proposito della mia storia è vero.
Nulla di ciò che sembra essere accaduto a me, ha davvero a che fare con me.
Il me che si sente il protagonista di una storia è un miraggio in continua trasformazione; prima appare in modo poi appare in un altro modo. Si tratta di una fantasmagoria, un rapido susseguirsi di immagini stranamente vivide, a volte attraenti, altre volte repellenti. La fantasmagoria del me viene estesa nell’apparente tempo da una serie di fantasie e supposizioni infondate che fomentano l’immaginazione.
Se si va alla ricerca di quel me, di quella fantasmagoria, non si troverà niente. Si trattava di una svista, un errore d’identità.

*

Niente si è mai mosso, avvicinato o allontanato, da “Quel che è”.
Niente è cambiato. Tutto quello che è cambiato è l’apparenza. Le apparenze cambiano, si trasformano, ma non si muovono mai. Non si muovono da un momento a un altro momento. Semplicemente prima appaiono in un modo e poi appaiono in un altro modo.

*

C’è un apparente cambiamento in cui la contrazione esistenziale sparisce. Il senso di essere qualcuno svanisce. Questo apparente cambiamento viene vissuto come un rilascio energetico.
Poi può sembrare che la contrazione riemerga sotto forma del pensiero “me”. Dopo può collassare di nuovo.
Questo asfissiante senso di sé non è ciò che sei. Si tratta di una sensazione come un’altra, destinata a sfumare.

*

Il senso dell’io non appartiene a nessuno, nessuno possiede un io. Non c’è nessun io, nessun me. C’è solo ciò che appare di volta in volta.
Nessuna cosa sta apparendo come un’apparente cosa, in cerca di qualcosa.

*

Durante la ricerca, ci sono molte aspettative in merito alla sparizione del me o alla cessazione del senso di separazione.
Il me pensa: Cosa mi accadrà? Accadrà anche a me quello che è successo agli altri? Cosa finirà con la fine del senso di separazione? Cosa ci sarà dopo di me?
In realtà non finisce nulla.
Dopo di me non ci sarà nessuno perché il me non era nessuno.
Dopo l’apparenza del me, sorge un’altra apparenza.

*

La pratica spirituale è un’attività superflua, un’esibizione del me.
Il me crede che il sedersi e rimanere fermi sulla sedia sia una pratica, ma quell’attività prodotta da me è del tutto superflua perché accade da sé.

*

La brutta notizia è che non c’è nessuna Illuminazione che io possa raggiungere.
La bella notizia è che non esiste nessuna Illuminazione da raggiungere.

E quindi, tutti quegli sforzi per illuminarsi?
Tutti inutili?
Sì, tutti sforzi inutili. Oppure puoi vederli come un semplice passatempo.

*

Ciò che il ricercatore cerca è la vivacità stessa. E questa vivacità appare ad ogni istante, nel prossimo rumore, il prossimo movimento, il prossimo tramonto, la prossima nuvola, il prossimo spiraglio di sole. Tutto appare all’istante.
Qualcuno dice che proviene da niente, ma è più come un eterno caleidoscopio di colori, suoni, sensazioni, situazioni. Questa vitalità irrompe dappertutto: canta, balla, suona, grida, sussurra.

Quello che cerchi non è sotto il tuo naso, è proprio il tuo naso, la bocca, le sensazioni fisiche, gli odori, il contatto. Questo vibrante spettacolo passa inosservato perché viene apparentemente celato dall’energia spesa nella ricerca. Non percepivi la vitalità perché eri alla ricerca della vitalità. Sei talmente impegnato a cercare l’albero speciale da non riconoscere la foresta in cui sei immerso.

Continua a leggere Libertà non duale – Lisa Lennon

Siamo fottuti… Ma forse c’è ancora una speranza – M. Manson – spunti di riflessione

(riflessioni tratte da “Siamo fottuti… Ma forse c’è ancora una speranza – M. Manson”)

Al giorno d’oggi sembra che gran parte del mondo sia nella merda. Non al livello dell’Olocausto nazista (neanche lontanamente), ma comunque nella merda.

Se lavorassi da Starbucks, invece di scrivere sui bicchieri di carta il nome del cliente, scriverei quanto segue: Un giorno tu e chiunque ami morirete. E quello che dici e fai non avrà alcuna importanza, se non per un ristrettissimo numero di persone per un brevissimo lasso di tempo. È la Scomoda Verità della vita. Qualsiasi tua azione o pensiero non è altro che un escamotage per evitarla. Non siamo altro che insulsa polvere cosmica che ballonzola e girovaga in un minuscolo puntino blu. Ci crediamo importanti. Ci immaginiamo scopi. Ma siamo insignificanti. Goditi il tuo cazzo di caffè.

Ma sul serio, in tutta coscienza, come si fa ad augurare a qualcuno una buona giornata, sapendo che ogni pensiero e motivazione che ha nasce dal bisogno incessante di evitare l’insensatezza dell’esistenza umana?

Nell’infinità dello spazio-tempo, l’universo se ne frega se l’operazione all’anca di tua madre va bene, se i tuoi figli vanno all’università o se secondo il tuo capo hai creato un foglio di calcolo da paura. Se ne frega se a vincere le presidenziali sono i democratici o i repubblicani. Se ne frega se un personaggio famoso viene paparazzato a sniffare coca mentre si spara una sega nel bagno dell’aeroporto (di nuovo). Se ne frega se le foreste bruciano, i ghiacciai si sciolgono, il livello del mare si alza, se le temperature si fanno roventi o veniamo polverizzati da una superiore razza aliena. Importa a te. Importa a te e ti affanni ad autoconvincerti che, siccome ti importa, dev’esserci per forza un qualche grande significato cosmico dietro.

Se ti importa è perché sotto sotto hai bisogno di sentirti importante per scansare la Scomoda Verità, per scansare l’incomprensibilità della tua esistenza, per evitare di venire schiacciato dal peso della tua insulsaggine materiale. Allora, come me e chiunque altro, proietti quest’immaginaria parvenza di senso sul mondo che ti circonda per infonderti speranza.

Troppo presto per un discorsone del genere?

Ecco un altro caffè. Ti ho fatto pure una faccina sorridente sulla schiuma. Non è carina? Aspetto che la posti su Instagram. Okay, dove eravamo rimasti? Ah, sì! L’incomprensibilità dell’esistenza… Giusto.

Ora, probabilmente starai pensando: “Be’, Mark, secondo me siamo tutti al mondo per un motivo, nulla accade per caso, e chiunque è importante perché le nostre azioni condizionano qualcuno, e se possiamo aiutare anche una sola persona ne vale la pena, no?”.

Che tenerone che sei! Vedi, a parlare è la tua speranza. È una storiella costruita dalla tua mente per darti un motivo per svegliarti al mattino: qualcosa deve pur importare, perché se nulla importa non c’è motivo di continuare a vivere. E una qualche forma di altruismo o attenuazione delle sofferenze è sempre un ottimo stimolo per darci la sensazione che valga la pena di fare qualcosa.

Per andare avanti, alla nostra psiche serve speranza quanto l’acqua a un pesce. La speranza è il carburante per il nostro motore mentale. È il burro sulla fetta biscottata. È una caterva di metafore scontate. Senza la speranza, il nostro propulsore mentale si ingolfa o si spegne.

È la Scomoda Verità, la silente presa di coscienza che, rispetto all’infinito, qualunque cosa a cui potremmo tenere rasenta lo zero.

Ogni volta che affrontiamo un’avversità, la nostra psiche costruisce storielle simili, racconti sul passato e sul futuro che ci inventiamo a nostro uso e consumo. E queste storie di speranza sono da alimentare continuamente, anche se diventano assurde o deleterie, perché sono l’unica forza stabilizzante che protegge la nostra mente dalla Scomoda Verità.

Sono questi racconti di speranza a darci la sensazione di avere uno scopo nella vita. Non implicano soltanto che il futuro ci riserverà davvero qualcosa di meglio, ma pure che possiamo combinare qualcosa nella vita. Quando qualcuno parla e straparla del suo bisogno di trovare «uno scopo nella vita», significa che non vede più cosa conta, come impiegare bene il tempo limitato che ha a disposizione su questo pianeta.

Non è necessario che le storie che ci inventiamo siano di stampo religioso. Possono essere di qualunque tipo. Questo libro è la mia piccola fonte di speranza. Mi dà uno scopo, mi dà un senso. E la storia di speranza che mi sono creato è che secondo me questo libro potrebbe aiutare qualcuno, potrebbe migliorare un pochino sia la mia vita che il mondo.

Ne ho la certezza assoluta? No. Ma è la mia storia prima/dopo, e mi ci aggrappo con tutte le forze. È il motivo per cui mi alzo al mattino e sono felice della vita che ho. E non è una cosa brutta, anzi, è l’unica cosa che conta. Per certe persone la storia prima/dopo è tirare su bene i propri figli. Per altre è salvare il pianeta. Per altre è fare soldi a palate e comprarsi una barca megagalattica. Per altre ancora è semplicemente migliorare a golf. Per un motivo o per l’altro, consapevole o no, ciascuno di noi ha scelto di credere a una storia. Non importa se trovi speranza tramite la fede religiosa, una teoria empirica, un’intuizione o una tesi ponderata… il risultato è lo stesso: sei in qualche modo convinto che (a) c’è un margine di crescita, di miglioramento o di salvezza nel futuro; e (b) in qualche modo possiamo raggiungerlo. Punto. Giorno dopo giorno, anno dopo anno, la nostra vita si costruisce tramite queste storie di speranza che si accumulano all’infinito. Sono la carota psicologica che penzola del bastone. Se ti pare un discorso nichilista, per favore, non farti un’idea sbagliata. Continua a leggere Siamo fottuti… Ma forse c’è ancora una speranza – M. Manson – spunti di riflessione

Bungee Jumping Cosmico

Il legame alla Sorgente è inscindibile.

Ma mentre ti trovi in questa dimensione ti sei dimenticato della tua perenne connessione al Regno.

Gli attaccamenti affettivi, emotivi, sentimentali sono come un peso che ti impedisce di lasciarti catapultare indietro, verso la Sorgente.

Le avversità esterne non sono il vero impedimento al ricongiungimento.

Il vero ostacolo sono i tuoi attaccamenti emotivi.

La vita è un tuffo in questa dimensione.

La morte è il contraccolpo nella direzione della Sorgente.

Molte coscienze faticano a rimbalzare da questa dimensione alla Sorgente perché si sono identificate eccessivamente con il contenitore carnale, sono rimaste intubate nel clone terrestre.

Un altro problema è che molte coscienze considerano questa dimensione come la loro unica, vera, originale Casa, di conseguenza hanno paura di abbandonare questa dimensione.

In terzo luogo sono troppo attratte dalle apparenze esterne, vorrebbero dimorare esclusivamente nel mondo delle apparenze.

Allora cosa fare?

Innanzitutto accorgersi subito – nella vita quotidiana – che esiste il cordone indissolubile che ci lega alla Sorgente.

Per qualcuno il cordone può essere rappresentato dallo Spirito Santo, per altri può essere la Grazia o l’Amore Divino, per altri ancora la Pura Consapevolezza.

Questo legame ci ha consentito non solo di lanciarci in questa dimensione ma ci consente anche di ritornare (in qualsiasi momento) alla Sorgente.

Questo laccio divino è proprio come l’elastico del bungee-jumping: a un certo punto dell’estensione, dopo aver superato una certa quota, l’elastico ti trascinerà spontaneamente verso l’Origine.

Tu non dovresti fare praticamente nulla.

Sarà l’energia cinetica stessa a spingerti verso la Sorgente.

Non ci sono eccezioni.

Il laccio non si può rompere; non è una patacca made in Cina; non è un artefatto dell’uomo, quindi non è defettibile come i prodotti umani.

Se la connessione è indissolubile e il meccanismo è impeccabile, cosa può andare storto?

L’unica cosa che può intralciare il processo è la tempistica.

Non è un grosso problema, ma a volte può essere piuttosto irritante.

Ma questo imprevisto non dipende dal processo in sé, bensì dipende da noi.

Se rimaniamo troppo attaccati a questa dimensione è ovvio che ci sia un ritardo nel completamento del processo.

È come se dopo il lancio dal ponte ci aggrappassimo ad un ramo per paura del rinculo oppure perché ci siamo affezionati al posto in cui siamo finiti.

I buddhisti semplificano mettendola in termini di desiderio (attaccamento al piano sensoriale) o di repulsione (paura di abbandonare ciò che è familiare).

Il rimedio consiste nel ricordarsi che siamo connessi alla Sorgente.

Se ci fidiamo della connessione possiamo lasciare andare un attaccamento dopo l’altro e goderci la seconda fase del nostro viaggio.

Se non ci complichiamo troppo la vita, il movimento interiore verso la Sorgente sarà gradevole, leggero, quasi impercettibile. Affinché il movimento elastico avvenga in modo naturale dovremo imparare a lasciar andare l’intero corpo e tutto ciò che ha a che fare con il livello carnale (dipendenze, tentazioni, capricci, timori sociali, preoccupazioni materiali).

E se facciamo fatica a lasciarci andare?

Niente di grave.

In tal caso stiamo solo rallentando un processo inevitabile. Anziché viaggiare a 100 all’ora, viaggeremo più lentamente. Il problema è che se rimaniamo troppo attaccati potremmo produrre una dose eccessiva di sofferenza inutile e una serie interminabile di dispiaceri che si potevano tranquillamente evitare.

(ZeRo)

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LIBRI DEL RISVEGLIO

 

 

 

 

 

 

 

Bodhicitta – trascendere la malsana logica dell’io

Rituale preliminare recitato dai monaci tibetani:
“Possano tutti gli esseri senzienti essere felici, liberi dalla sofferenza e dimorare nella serenità.
Con il merito che proviene da tutti i miei atti di bene, voglio lenire la sofferenza delle altre creature… La mia vita, con tutte le mie rinascite, i miei possessi, i meriti che ho acquisito o che acquisirò, tutto questo io lascio senza volerne trarre guadagno per me stesso, perché ne sia favorita la salvezza di tutti gli esseri.”
Si tratta di un preliminare alla meditazione e a qualsiasi altra pratica. Molti invece meditano credendo di non aver bisogno di alcun preliminare, illudendosi di conoscere già se stessi, gli altri, il mondo, il corpo.
Ma finché non correggono la loro visione erronea, continueranno a incappare nelle stesse problematiche.
Quel preliminare serve solo a correggere la propria visione e la propria percezione. Una volta avvenuta la correzione percettiva, il preliminare non è più necessario.
Questo buon proposito però non va recitato come una preghiera; non bisogna ripeterlo a pappagallo, senza prima aver compreso il senso generale.
In tal caso, ripetendo a pappagallo, non avrà alcun significato e nessun effetto.
Non avrà significato perché l’io ha paura degli altri, li vede come entità lontane, distinte, separate. Finché c’è un forte senso dell’io, questi messaggi non apportano nessun miglioramento, nessun mutamento, nessuna trasformazione.
Se provate a rileggere quel preliminare prendendo in considerazione il principio dell’interdipendenza vedrete che quel messaggio assume un significato diverso, più profondo.
Se invece lo interpretate con gli occhi dell’ego, non vi sentite toccati da quel messaggio. Quel messaggio invece dovrebbe toccarvi da vicino, dovreste sentirvi coinvolti in quel proposito.
L’ego interpreta le altre creature come “tutti fuorché me”.
La mente ordinaria tende ad escludere e non ad includere.
Provate ad adottare una mentalità inclusiva, a includere voi stessi o le persone a cui tenete di più all’interno di quel messaggio. Provate a vedere che effetto fa adesso, con la mentalità inclusiva, con il principio dell’interdipendenza.
Nel momento in cui riconoscete che siete interdipendenti, vi sarà chiaro che il loro benessere corrisponderà anche al vostro benessere.
Vedrete che augurare il benessere di un’altra creatura vuol dire augurare indirettamente il proprio benessere.
Augurare l’abbondanza altrui, è un modo per propiziare la propria abbondanza.
Questa è una logica assurda per l’ego, eppure in natura è la logica dell’ego ad essere assurda, malsana, stupida.
La logica dell’ego è “me, me, me”… “mio, mio, mio”.
Vi suona familiare?
Dovrebbe, perché questo è il pilota automatico della mente ordinaria.
Potreste aver letto molti libri spirituali, aver fatto molti atti di altruismo, esservi sacrificati, ma finché la vostra mente è incentrata sul “me” o sul “mio”, siete destinati a piccole o grandi disavventure. Siete destinati a disavventure perché state lottando (inconsciamente) contro la natura.
La natura non è incentrata sul “me”.
La natura non segue la vostra logica, non segue la logica del vostro intelletto, non segue la logica dell’ego.
Per questo motivo l’ego fa fatica a comprendere questo rituale preliminare.
Ora prova a rileggerlo con questa comprensione, non con la compassione superficiale, astratta, ma con la piena comprensione di un principio pratico come quello dell’interdipendenza. Non pensare in termini di “me”, ma in termini di un’interconnessione e un’interdipendenza che è già presente – che ti piaccia o meno.
Oppure, se vuoi pensare in termini di  “me”, pensa che il me dipende anche dalle altre creature. Mentre lo rileggi dovresti accorgerti che non c’è alcun me indipendente dalle altre creature. Dovresti notare che i meriti per le altre creature sono i meriti per me, e viceversa.  Dovrebbe sorgere l’intuizione che mentre fai qualcosa per te, lo fai contemporaneamente per gli altri esseri senzienti. E mentre gli altri fanno qualcosa per loro, lo fanno anche per te.
Questa comprensione dovrebbe darti una motivazione in più ad abbandonare l’insensata e malsana logica dell’io.
“Possano tutti gli esseri senzienti essere felici, liberi dalla sofferenza e dimorare nella serenità.
Con il merito che proviene da tutti i miei atti di bene, voglio lenire la sofferenza delle altre creature… La mia vita, con tutte le mie rinascite, i miei possessi, i meriti che ho acquisito o che acquisirò, tutto questo io lascio senza volerne trarre guadagno per me stesso, perché ne sia favorita la salvezza di tutti gli esseri.”
(ZeRo)

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