METAFORA E LINGUAGGIO DELLA COSCIENZA

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Parliamo della metafora. La proprietà più affascinante del linguaggio è la sua capacità di fare metafore. Ma che affermazione inadeguata! La metafora non è infatti un mero arzigogolo linguistico marginale, come viene così spesso svilita nei vecchi manuali scolastici di composizione; essa è il fondamento costitutivo stesso del linguaggio. Io intendo qui la metafora nel suo senso più generale: l’uso di un termine proprio di una cosa per descriverne un’altra in conseguenza di una qualche somiglianza esistente fra loro o fra le loro relazioni con altre cose. In una metafora sono dunque sempre presenti due termini: la cosa che dev’essere descritta, che chiamerò metalerendo, e la cosa o relazione usata per delucidarla, che chiamerò metaferente. Una metafora è sempre un metaferente noto che opera su un metaferendo meno noto.


È proprio grazie all’uso della metafora che il linguaggio cresce. La risposta più comune alla domanda «che cos’è? », quando la risposta è difficile o l’esperienza è unica, è «be’, è come… ». In studi di laboratorio, tanto bambini quanto adulti che devono descrivere oggetti (o metaferendi) strani ad altre persone che non possono vederli, usano inetaferenti estesi che, con la ripetizione, finiscono col trovarsi contratti in etichette. È questo il modo principale in cui si forma il vocabolario di una lingua.


La grandiosa e vigorosa funzione della metafora è quella di generare nuove componenti della lingua secondo il bisogno, a mano a mano che la cultura umana si fa più complessa.


Poiché, nella nostra breve vita, noi abbracciamo cosi poco della vastità della storia, abbiamo troppo spesso la tendenza a ritenere il linguaggio solido come un dizionario o persistente come il granito anziché vederlo come il mare inquieto e prorompente di metafore che esso è in realtà.

In effetti, se consideriamo i mutamenti lessicali che hanno avuto luogo nel corso degli ultimi due o tre millenni e, sulla base dei risultati ottenuti, cerchiamo di prevedere quale sarà la situazione fra vari millenni, ci imbatteremo in un interessante paradosso. Se infatti riusciremo mai a pervenire a una lingua che abbia il potere di esprimere qualsiasi cosa, la metafora non sarà più possibile. In tal caso io non potrò dire che il mio amore è come una rosa rossa, poiché la parola amore si sarà frantumata in migliaia di termini esprimenti le sue mille e mille sfumature, e l’applicazione ogni volta del termine corretto lascerà la rosa metaforicamente morta.
Il lessico del linguaggio è quindi una serie finita di termini che, grazie alla metafora, può estendersi a coprire una serie infinita di circostanze, creando addirittura circostanze nuove.


(La coscienza non potrebbe essere appunto una nuova creazione?).

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La comprensione come metafora

Noi stiamo sforzandoci di capire la coscienza, ma che cosa tentiamo realmente di fare quando cerchiamo di capire qualcosa? Come bambini che si sforzano di descrivere oggetti strani, quando cerchiamo di capire una cosa cerchiamo di trovare una metafora per quella cosa. Non una metafora qualsiasi, ma una metafora con qualcosa di più familiare e di più comprensibile alla nostra attenzione. Comprendere una cosa significa pervenire a una metafora per quella cosa, sostituendo ad essa qualcosa di più familiare. E la sensazione di familiarità non è che la sensazione del comprendere.

Varie generazioni fa avremmo forse inteso un temporale come il clangore delle armi di dèi sovrumani impegnati in battaglia. Avremmo ridotto il frastuono che segue al lampo ai ben noti rumori di una battaglia, per esempio. Similmente, oggi, riduciamo una tempesta a varie presunte esperienze con attrito, scintille, spazi vuoti e la fantasia di grandi masse d’aria che si urtano violentemente provocando il frastuono. Nessuna di queste cose esiste veramente come ce la immaginiamo. Le nostre immagini di questi eventi fisici sono non meno lontane dalla realtà dell’immagine di dèi che combattono fra loro. Eppure esse svolgono la funzione di una metafora e ci appaiono familiari, cosicché possiamo dire di capire il temporale.
Così, in altri settori scientifici, diciamo di capire un aspetto della natura quando possiamo dire che esso è simile a un qualche modello teorico che ci è familiare.


I termini teoria e modello, per inciso, sono usati talvolta in modo intercambiabile. In realtà, però, non dovrebbe essere così. Una teoria è una relazione del modello alle cose che il modello vuole rappresentare. Il modello atomico di Bohr è quello di un nucleo circondato da elettroni in movimento su orbite ben definite. Esso assomiglia un po’ alla struttura del sistema solare, la quale è appunto una delle sue fonti metaforiche. La teoria di Bohr era che tutti gli atomi erano simili al suo modello. La teoria, con la scoperta in epoca più recente di nuove particelle e di complessi rapporti interatomici, è risultata erronea. Il modello però rimane. Un modello non è né vero né falso; è tale solo la teoria della sua somiglianza con ciò che esso rappresenta.
Una teoria è dunque una metafora fra un modello e dei dati d’esperienza. E capire è, nella scienza, sentire una somiglianza fra dati complessi e un modello familiare.

Se capire una cosa significa pervenire a una metafora che ce la renda familiare, possiamo vedere che nel comprendere la coscienza ci sarà sempre una difficoltà. Dovrebbe essere infatti immediatamente chiaro che nella nostra esperienza immediata non c’è e non può esserci alcunché di simile all’esperienza immediata stessa. Si può dire perciò che in un certo senso noi non saremo mai in grado di capire la coscienza nello stesso modo in cui possiamo capire le cose di cui siamo coscienti.


La maggior parte degli errori riguardanti la coscienza esaminati poco fa erano errori nell’applicazione di metafore. Della nozione di coscienza come copia dell’esperienza abbiamo detto che essa deriva dalla metafora esplicita di una lavagna di scuola. Ma ovviamente nessuno intende davvero che la coscienza copii l’esperienza; era solo una metafora. E nella nostra analisi abbiamo trovato, naturalmente, che la coscienza non fa nulla di simile.
E persino l’idea implicita in quest’ultima espressione, ossia che la coscienza faccia qualcosa, è anch’essa una metafora: equivale a dire che la coscienza è una persona che si muove in uno spazio fisico e che fa cose, e ciò vale solo se anche «fa» è una metafora. Fare cose, infatti, è un qualche comportamento in un mondo fisico da parte di un corpo vivente. In quale «spazio», inoltre, viene fatto questo «fare» metaforico? (Una parte del polverone comincia a depositarsi). Anche questo «spazio» dev’essere una metafora dello spazio reale. Tutto questo ci fa tornare alla mente la nostra discussione sulla localizzazione della coscienza, che è anch’essa una metafora. La coscienza viene concepita come se fosse una cosa e quindi, come altre cose, deve avere un’ubicazione, e invece, come abbiamo visto in precedenza, essa non l’ha, in senso fisico.

Mi rendo conto che qui il mio ragionamento sta diventando piuttosto denso. Ma prima di arrivare a un terreno più sgombro, vorrei descrivere che cosa intendo designare col termine analogo. Un analogo è un modello, ma un modello di un genere speciale. Non è come un modello scientifico, la cui fonte può essere qualsiasi cosa e il cui fine è quello di fungere da ipotesi di spiegazione o di comprensione. Un analogo è invece generato in ogni punto dalla cosa di cui è un analogo. Un buon esempio è fornito da una carta geografica. Essa non è un modello in senso scientifico, né un modello ipotetico, come l’atòmo di Bohr, per spiegare qualcosa di ignoto, bensì è costruita sulla base di qualcosa che è ben noto, anche se non in modo completo. A ciascuna area di una regione di un territorio è assegnata un’area corrispondente sulla carta, anche se i materiali del paese e della carta sono assolutamente diversi e molti dei caratteri morfologici del paesaggio devono essere esclusi dalla carta. E il rapporto fra l’analogo carta geografica e il paese che essa rappresenta è una metafora.

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Tratto da “Il crollo della mente bicamerale” di Julian Jaynes

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