CARATTERISTICHE DEL GUERRIERO TOLTECO CASTANEDIANO: + Aforismi di Carlos Castandeda

I paurosi tirano per i piedi chi è intento a volare, per riportarlo a terra. Nella meschinità si sentono meglio se tutti strisciano, li umilia che qualcuno possa contemplare da un piano a loro inaccessibile.
(Castaneda)

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Mi hanno già conferito il potere che regge il mio destino e io nulla stringo, così non avrò nulla da difendere. Non ho pensieri, così potrò VEDERE. Non temo nulla, così ricorderò me stesso. Distaccato e sereno, sfreccerò oltre l’Aquila, verso la libertà. (Carlos Castaneda)

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Non esistono due mondi separati, due realta’ diverse, un mondo normale e uno paranormale… esiste un mondo unico, che si puo’ “guardare” o “VEDERE”.

Quando il dialogo interno si ferma, il mondo collassa, e affiorano aspetti straordinari di noi stessi, come se fossero stati severamente tenuti sotto sorveglianza dalle nostre parole.”

Don Juan Matus – La ruota del tempo

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Intro:

Voi SEGUITE il RIFLESSO delle vostre IDEE…
Gli SPECCHI DEFORMATI li AVETE DENTRO, e il MONDO DEVE ADEGUARVISI
Arrivare alla TOTALITà di se stessi = Legare i fili separati della tua Vita
“Per poter accedere alla “Conoscenza iniziatica” devi  SCARTARE le spiegazioni comuni (ordinarie) e saper accumulare potere personale e”

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1 – Confidarsi con lo spirito come se parlassi ad un buon amico, da tu a tu, con infinita fiducia; … fallo tutte le notti prima di dormire e quando meno lo ricordi ti risponderá nei tuoi sogni.

… il guaio dell’uomo è che egli intuisce le proprie risorse nascoste ma non osa utilizzarle


2 – Eliminare tutto quello che non è indispensabile… in primis il senso di IMPORTANZA PERSONALE ->   il 90% della nostra energia la consumiamo nel tentativo di difendere la nostra importanza personale


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3 – Riuscire a SEPARARSI DAL MONDO… RESTANDO IN ESSO, continuando a viverci (“FOLLIA CONTROLLATA”)  …  “Fare l’agguato a se stessi”, cioè “catturare” i propri vizi e tutte le altre abitudini malsane…  

non “darsi” (attaccarsi) al mondo, ma “godere” di esso.

La follia controllata è l’arte di fingere di essere completamente immersi in qualcosa a portata di mano – e fingere tanto bene che nessuno possa vedere la differenza tra vero e falso.  

La follia controllata non è un vero e proprio inganno, ma un mezzo sofisticato e artistico di essere separati da tutto pur restando parte integrale di tutto.  

«La follia controllata difficile da apprendere. Molti non riescono a sopportarla, non perché ci sia in quell’arte qualcosa di male, ma perché richiede molta energia nel praticarla.» 



 4 – Non lasciarsi “trascinare” dalle situazioni. Ritirarsi. Lasciar che i pensieri scorrano liberamente… Occuparsi di qualcos’altro. Qualunque cosa può essere utile…

Se cominciate a inquietarvi e ad impazientirvi, a disperarvi, sarete abbattuti senza pietà dai TIRATORI SCELTI DELL’IGNOTO… Se invece agite senza macchia e avete sufficiente potere personale per eseguire i vostri compiti, si attuerà per voi la REALIZZAZIONE dell’INTENZIONE 



5 – Trattare con la gente senza lasciarci “affettare” da essa, e senza impazzire nell’intento… 

le persone’ ci affettano, ci tolgono potere, energia, ci schiavizzano…

… Non lasciar vedere il tuo “gioco”. Non mettersi mai in prima linea. 



6 – ARRESTARE IL “DIALOGO INTERIORE”, , interrompere la conversazione interna, “FERMARE la DESCRIZIONE del MONDO”

… “a seconda di come il mondo “dovrebbe” essere secondo i nostri “pregiudizi”, crediamo e creiamo il mondo, però in questo modo ci PRECLUDIAMO la capacità naturale che abbiamo di “VEDERLO”, tal come è veramente; …

INVECE DI “PENSARLO”, DOVREMMO IN VERITà “SENTIRLO”… Allora, la verità sorgerebbe davanti ai nostri stessi occhi, e nessuno potrebbe ingannarci più su nulla.

Col Dialogo interiore sul Mondo Lo animiamo, lo accendiamo di vita, lo sosteniamo fermamente con la nostra conversazione interna; e non solo è così,  addirittura scegliamo anche i nostri cammini a forza di parlare con noi stessi. E’ così che ripetiamo le stesse abitudini, gli stessi errori di sempre, uno dopo l’altro, fino al giorno della nostra morte.” 



7 – Essere “impeccabili”, cioè non esaurire la propria energia, conservare il potere personale… L’impeccabilità è fare il meglio che si può sempre, in qualunque cosa.

Recuperare tutta la propria energia vitale lasciata dispersa e, nel contempo, espellere tutta quella estranea a noi, che non ci corrisponda per i nostri fini.

L’energia sarebbe così reintegrata al proprio essere per recuperare la “totalità di se stessi”, della proprio “conformazione energetica” originaria.

L’impeccabilità è semplicemente il miglior uso del nostro livello di energia… esige frugalità, sollecitudine, semplicità, innocenza, mancanza del riflesso di sé (esaltazione della propria autoimmagine) ecc…

Per comandare lo spirito, e con questo intendo comandare il movimento del punto d’unione, c’è bisogno di energia. L’unica via per conservare energia è la nostra impeccabilità.



8 – Diventare inaccessibile ai più  (-> alla gente, al mondo; deve RIMANERE ACCESSIBILE E APERTO, SOLO A CHI VUOLE LUI )  … devi mostrare alla gente solamente quello che vuoi mostrargli; senza dire mai con precisione le cose come lo hai fatto fin’ora



9 – Usare la MORTE come CONSIGLIERA … Star disposti a morire ed essere pronti all’ultima battaglia in qualsiasi momento, circostanza, luogo.

… La morte è l’unica consigliera saggia che abbiamo.

Ogni volta che senti, come sempre fai, che tutto ti sta andando male e che stai a punto di essere annichilato, girati verso la tua morte e domandale se è vero; lei ti dirá che ti sbagli; che niente è più importante se non il suo tocco. La tua morte ti dirá: ancora non ti ho toccato. Il guerriero

pensa alla sua morte quando le cose perdono chiarità. Il guerriero considera alla morte la consigliera più trattabile, che può venire anche ad essere testimone di tutto quanto si faccia. L’idea della morte è l’unica che tempra il nostro spirito.

… Questo non vuol dire che devi preoccuparti per la tua morte; si tratta di usarla. Poni attenzione sul laccio che ti unisce alla tua morte, senza rimordimenti, tristezza o preocuppazione.  

Poni la tua attenzione sul fatto che non hai tempo e lascia che i tuoi atti fluiscano in accordo a questo; che ciascuno dei tuoi atti siano la tua ultima battaglia sopra la Terra. 

Solo sotto tali condizioni i tuoi atti avranno il potere che gli corrisponde

… C’è una strana felicità ardente nell’attuare con il pieno convincimento che quello che si sta facendo può benissimo essere l’ultimo atto sopra la terra. 

Ti raccomando meditare sulla tua vita e contemplare i tuoi atti sotto questa luce. 

Non hai tempo amico mio, questa è la disgrazia degli esseri umani.
Nessuno di noi ha sufficente tempo e la tua supposta continuità, nella quale consiste la tua felicità, non ha senso in questo mondo di mistero e pavore. La tua “continuità” sólo ti fa timido. 

I tuoi atti, non possono possedere così in nessun modo, il gusto, il potere, la forza irresistibile di quelli realizzati invece da un uomo che sa di star liberando la sua ultima battaglia sulla terra. 

In poche parole: la tua “continuità” non ti rende nè felice, nè potente. 

La maggior parte della gente passa di atto in atto senza pensare. Un guerriero, al contrario, valuta ogni passo e dato che ha conoscenza intima della propriaa morte, procede con giudizio, come se ogni azione fosse la sua ultima battaglia. Un guerriero da, alla sua ultima battaglia, il rispetto che merita; è naturale, quindi, che nel suo ultimo atto sulla terra dia il meglio di se stesso.

Però, preoccuparsi terribilmente della morte forzerebbe chiunque
sia di noi a focalizzare la propria attenzione su di sè; e questo è logorante. Cosicchè, un’altra cosa di cui si ha bisogno per essere un guerriero è il “DISTACCO”, o “Spietatezza”

… Il “senso della morte” imminente accompagnata con il”distacco”, invece di convertirsi in un’ossessione, si converte in indifferenza

Un uomo distaccato, che sa che non ha possibiltà di ponere limiti alla sua morte, e possiede solo una cosa che lo supporti: 

il potere delle sue decisioni. 

Deve essere, per così dire, il “proprietario”, il padrone, della sua SCELTA.

Deve comprendere che ogni sua scelta è una sua responsabilità [(così non si esaurisce nel darle la colpa agli altri)]; e, una volta che sceglie, non rimane tempo per le recriminazioni, nè per i lamenti. 

In un mondo dove la morte è il cacciatore, non c’è tempo per lamentazioni e dubbi. C’è tempo solo per decisioni… Farci responsabili delle nostre decisioni è essere disposti a morire per esse; non importa quale sia la decisione…

Le sue decisioni sono definitive semplicemente perchè la sua morte non gli da tempo di legarsi a niente... In questo modo, la nostra energia “è libera” di fluire e non ci riduciamo a farcela”consumare” o “succhiarla” artificiosamente dall’esterno, dalla gente o dalle cose, perchè non ne abbiamo bisogno visto che questa ci arriva “naturalmente” da dentro)] 
 … Niente potrebbe essere più serio, nè meno importante di qualsiasi altra cosa. In un mondo dove la morte è il cacciatore, non ci sono cose grandi nè piccole; solo ci sono decisioni alla vista della nostra morte inevitabile. 


Un guerriero prende in considerazione tutte le possibilità e poi sceglie in accordo con la propria predilezione intima. 

Una regola basica per un guerriero è prendere le proprie decisioni con tanta cura, da fare in modo che nulla di quello che possa venire come risultato, sia capace di sorprenderlo.

Decidere non significa eleggere un momento arbitrario; decidere significa che hai messo il tuo spirito in ordine impeccabile e che hai fatto tutto il possibile per essere degno della conoscenza e del potere. 

Preoccupati e pensa pure quanto vuoi prima di prendere una qualunque decisione; però una volta che lo fai, lasciati andare libero da preoccupazioni e da pensieri. Ci saranno ancora un millione di decisioni che ti aspettano
Un guerriero accetta la responsabilità delle sue azioni, per quanto difficili possano essere.

  l’idea di star in balia del vento [(ossia: sotto il “controllo” di qualcuno, o di “qualcosa”)] dovrebbe essere inammissibile [(dire, “per colpa di..” è ammettere di fatto il nostro “non-controllo”; e rassegnarsi ad esso: questo,  “Arrendersi”; non “lottare” più; non essere più “guerriero”, ma “vittima”. 

Ci trasformiamo in “principi tiranni” come tutti gli altri maghi neri, succhiando energia alla gente perchè non siamo più ormai nelle condizioni di farla uscire dallo Spirito e da noi stessi)]

Il guerriero non si abbandona neppure alla propria morte. 

La morte deve lottare per averlo. 

[(in questo senso, un guerriero si abbandona solo allo
Spirito,
non è schiavo di nessun’altra cosa… 

Non è schiavo della ragione, lo è piuttosto del “sentimento”, però unicamente di quello che procede dallo Spirito.

Solo il sentimento della morte da all’uomo il distacco sufficente, affinchè sia capace di non negarsi nulla


Cosí, con la coscienza della sua morte, con il distacco e con il potere delle sue scelte, un guerriero arma la sua vita in maniera strategica.

Un guerriero procede sempre come se avesse un piano perchè confida nel suo potere personale. 

L’allegria di un guerriero gli arriva dall’aver accettato pienamente il suo destino e dall’aver calcolato in verità ciò che lo aspetta



10 – Un guerriero non può in nessun modo lamentarsi per non essere da un’altra parte, perchè vive la sfida che gli sta accadendo qui e adesso, in questo precisissimo istante… …  Cerca di comprimere il tempo, tutto conta, anche un secondo… Non sprecare nemmeno un istante = Vivere ogni istante il più felicemente che si riesca fare.

  Per un guerriero solo esiste il “qui” e l'”ora”…

Non c’è niente al mondo capace di garantire che potrai vivere ancora un solo istante di più…

il futuro non è altro che un pettegolezzo



11 – “Cancellare la propria storia personale”, affinché nessuno ti leghi con i propri pensieri…

… -> Per abbandonare la storia personale bisogna avere il desiderio di lasciar andare il proprio passato, tagliare i fili dei vecchi attaccamenti  e distaccarsi  armoniosamente, poco a poco.

Si Mantiene la propria storia personale raccontando alla gente tutto quello che fai. Invece, se non alimenti la storia personale, non hai più bisogno / “dovere”/ “obbligo” di rendere conto, di spiegare tutto a tutti , e di auto-giustificarti continuamente…

… In pratica è come morire al vecchio e RINASCERE OGNI GIORNO al nuovo, alla freschezza, leggerezza e novità della vita

… Cancellare la storia personale ci libera dal “PESO” dei PENSIERI ALTRUI

… è come dire: “NESSUNO SA CHI SONO, NEPPURE IO”

… Ciò serve anche a “PERDERE” l’IMPORTANZA PERSONALE


Castaneda -> “Poco a poco devi creare una nebbia attorno a te, un alone di Mistero, in modo che nulla possa darsi per scontato; che niente  abbia una certezza assoluta.

Il tuo problema è che sei troppo prevedibile.

I tuoi progetti sono troppo prevedibili; i tuoi umori sono prevedibili. Non dare le cose per scontato; devi iniziare a cancellarti.

… 

Il brutto è che, una volta che ti conoscono, ti danno per scontato e da quel momento non puoi più rompere il legame dei loro pensieri.

A me, personalmente, mi piace di più la libertà illimitata di essere sconosciuti; nessuno mi conosce con certezza costante… 

E’ più emozionante vivere cosí, che comportarci come se sapessimo tutto.”

… Un uomo comune non vede niente di tutto questo; il mondo non è mai un mistero per lui , al contrario un guerriero
tratta il mondo come un interminabile mistero


… Potremmo interpretarlo come un “non-fissare” la propria coscienza e attenzione sull’immagine che si ha di se stessi, ma di riponerla sempre invece piuttosto sulla propria “azione” (nel senso “presente”) e nel mondo attorno. Questo ovviamente, fa in modo che ci “preoccupiamo” più di “sentire” che di “pensare”; di “agire”, invece che di “compiacerci” e commiserarci per la nostra “sorte”.  

Il mondo è un mistero. Non ti sforzare a volerlo risolvere.

 Il mondo è un luogo sacro, stupendo, meraviglioso, misterioso, incomprensibile e impenetrabile e non concede facilmente i suoi segreti…

Questo è un mondo strano in cui le forze che
guidano gli esseri umani sono imprevedibili, e a volte spaventose, però il suo “Splendore” è degno della nostra “attenzione”. 



12 – PADRONEGGIARE “L’ARTE DEL SOGNARE”


….

DESIDERARE NO, però SOGNARE SI’..; 

in questa maniera si evitano gli eccessi, non si abusa di niente e di nessuno. 

Non “attaccarsi” a nulla e a nessuno, significa che tutto lo si cerca di tirar fuori da se stessi, non esaurendo le cose che si amano…

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13 –  PRATICARE IL “NON FARE” – > eseguire qualcosa senza alcuna aspettativa non deve essere intesa come un far nulla in ogni caso, ma al contrario – agire senza interferire con la naturalezza delle cose…
–>
Il mondo ordinario è sostenuto dal “fare”, cioè da una visione coerente della realtà, prodotta dall’ancoraggio del punto d’unione di tutti gli uomini nella medesima posizione; la pratica del “non fare” è incentrata su una multiforme serie di esercizi, tutti tesi a incrinare la nostra assoluta credenza nell’effettiva realtà della visione del mondo costruita dai nostri sensi.

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CHIEDITI: QUESTA STRADA HA UN CUORE… ?


“Ogni strada non è che una fra un milione di strade. Quindi devi sempre tenere a mente che una strada è solo una strada; se senti che non dovresti seguirla, non devi restare con essa a nessuna condizione.  Una strada è solamente una strada. Il fatto che il tuo cuore ti esorti ad abbandonarla non è un affronto a te stesso o agli altri. Ma la tua decisione di proseguire lungo quella strada o di abbandonarla non deve avere attinenza alcuna con la paura o con l’ambizione.  Attento: ogni strada dev’essere osservata da vicino e deliberatamente.   Provala una volta, due, tre… quanto lo ritieni necessario.    Poi poniti una domanda, ma solo a te stesso; e la domanda è la seguente: Questa strada ha un cuore?    Tutte le strade sono uguali. Non conducono in nessun luogo.  Sono strade che attraversano il bosco, s’inoltrano nel bosco, passano sotto il bosco. Tutto sta ad accertare se quella strada ha un cuore. E’ il solo dato che conti. Se non ha un cuore, è una strada sbagliata”.   Se la tua strada è l’amore, la meta non ha importanza; il cammino che seguirai sarà fatto d’amore.



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 AVERE LE BALLE D’ACCIAIO (Intervista a Carlos Castaneda)

Castaneda apparve con un largo sorriso. Strinse la mia mano e si sedette.

Stavo per tirare fuori la storia delle scimmiette quando cominciò a piangere.

Vidi la sua fronte corrugarsi e tutto il corpo sussultare per i singhiozzi. Stava rantolando come un pesce tolto dalla vasca.

Il suo labbro inferiore si con torceva, bagnato ed elettrificato. Distese il suo braccio verso di me, la mano tremante e contratta mi venne incontro come la bocca di un vegetale carnivoro,

come per chiedere l’elemosina.

“Per favore!”, riusci a sputare fuori queste parole in un attimo di tregua, col tremolio dei suoi muscoli facciali.

“Per favore amami!!, disse piegando la testa come un cavallo, supplicandomi. Castaneda stava ancora piangendo, come un grande idrante rotto e strozzato. La sua goffa rappresentazione, dal sublime al ridicolo, si esaurì in una oscena contrazione da pianto.

Ecco cosa siamo: scimmie con piattini di latta per l’elemosina. Così prevedibili, così deboli. Masturbatori. Siamo sublimi, ma la scimmia insana non ha energia per vedere. Così il cervello della bestia prevale. Non possiamo afferrare la nostra finestra di opportunità, il nostro “centimetro di chance“.

Non possiamo, siamo troppo occupati a tenere la mano di mammina. A pensare come siamo meravigliosi e unici e sensibili.

Non siamo unici!

Le sceneggiature delle nostre vite sono state già scritte, da altri”, disse sogghignando sinistramente.

Lo sappiamo… ma non ce ne importa. Vaffanculo diciamo. Siamo i cinici definitivi. Porca puttana! Questo è il modo in cui viviamo! In un rigagnolo di merda tiepida. Cosa ci hanno fatto? Questo è quello che don Juan continuava a dire. Aveva l’abitudine di domandarmi: “Com’è la carota?”. “Che carota?”, gli rispondevo io. “Quella che ti hanno infilato su per il culo”. Ero terribilmente offeso, come poteva arrivare a tanto? “Sii loro riconoscente per non averci ancora messo una maniglia

Ma se possiamo scegliere, perché stiamo in quel rigagnolo” – chiese il giornalista.

E’ così calduccio, Non vogliamo abbandonarlo, noi odiamo dover dire addio. E abbiamo paura, cavolo come abbiamo paura, ventisei ore al giorno! E di cosa pensi che abbiamo paura? Di noi stessi. Cosa sarà di noi? Cosa c’è in serbo per noi? Che ci succederà?

Che egomaniaci!

Cosi orribile, ma anche cosi affascinante!”

Sorrideva come un gommoso gattone del Cheshire.

Gli ho fatto notare che la sua visione della vita mi sembrava un po’ troppo aspra e lui si è messo a ridere.

Poi, con una comicità stitica da accademico si è messo a declamare: “Castaneda è un vecchio uomo amareggiato”. La sua caricatura era buffa, brutalmente azzeccata. “Le scimmie ingorde hanno raggiunto la nocciolina attraverso le sbarre e non possono mollare la presa. Sono stati fatti degli studi in proposito nessuno riuscirebbe a fargli mollare la nocciolina. Terrebbero il pugno chiuso anche se gli segassi il braccio, noi moriamo stringendo la merda.

Ma perché?

Is that all there is, come diceva Miss Peggy Lee?

Non può essere, sarebbe troppo terribile.

Dobbiamo imparare a mollare la presa. Collezioniamo ricordi e li incolliamo su degli album, come biglietti per uno spettacolo di Broadway di dieci anni fa. Moriamo attaccati a souvenir. Essere uno stregone è avere energia, curiosità e fegato per lasciare le cose, per fare salti mortali nell’incognito. Tutto ciò di cui si ha bisogno sono delle ridefinizioni, regolare gli strumenti. 

Dobbiamo vederci come esseri che devono morire!

Una volta che accettiamo questo fatto, i mondi si schiuderanno per noi. Ma per abbracciare questo concetto devi avere delle “Balle d’acciaio”.

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LA VITA è TUTTA QUESTIONE DI INTENTO

In un’intervista, Castaneda disse: ” L’intento è semplicemente la consapevolezza di avere una possibilità, la chance di avere una chance“.

…l’intento (inteso come l’allineamento di tutte le emanazioni della consapevolezza) fa muovere il punto di unione.

(Gli stregoni chiamano l’intento l’indescrivibile, lo spirito, l’astratto, il nagual)

L’intento è lo spirito che muove i punti d’unione […] esso è l’atto di allungarsi oltre i nostri limiti raggiungendo l’inconcepibile.

L’intento è la forza che permea ogni cosa e che ci mette in grado di percepire….è la forza che muta e riordina le cose o le mantiene così come sono.

[…] Può nascere dal silenzio interiore (cessa il dialogo interiore)

… L’unico modo di conoscere l’intento é conoscerlo direttamente tramite una connessione vivente che c’è tra l’intento e tutti gli esseri sensibili.

L’intento è la caratteristica universale condivisa da tutto ciò che esiste.

… Tutte le creature viventi sono schiave dell’intento…ci fa fare quello che vuole..siamo nei suoi artigli… ci fa persino morire.

Se un uomo ha un intento fermo e chiaro, i sentimenti non rappresentano un ostacolo perché si è capaci di tenerli sotto controllo.

Avere un intento inflessibile significa possedere la volontà di svolgere tutte le operazioni necessarie per mantenersi costantemente entro i rigidi confini della conoscenza trasmessa.

L’intento inflessibile è un catalizzatore che provoca le decisioni irrevocabili.

L’intento inflessibile era composto di: 1) sobrietà 2) sicurezza di giudizio 3) mancanza di libertà di innovare (cioè assenza di modifiche, poiché per gli sciamani tutti gli atti erano prestabiliti e obbligatori, e doverli eseguire significava mancanza di libertà di innovare).

Quando diventi guerriero l’intento diventa un amico che, per qualche attimo, ti lascia libero…

….il passo successivo è diventare padrone dell’intento (se vuoi volare devi chiamare – saper controllare – l’intento del volo)

Il nagual usa l’intento per il movimento libero, e lo spirito offre al nagual i mezzi per realizzarlo.

«Per il suo collegamento con l’intento un guerriero attraversa quattro stadi:

Il primo è quando ha un anello arrugginito, inaffidabile con l’intento.

Il secondo è quando riesce a pulirlo.

Il terzo è quando riesce a manipolarlo.

Il quarto quando riesce ad accettare i piani dell’astratto.»

Per chiamare l’intento è necessaria la totale concentrazione sul motivo che ci spinge ad agire

Secondo gli sciamani, l’intento si attira con lo sguardo […] infatti gli stregoni possono trasformare i propri sentimenti in intento […] gli sciamani evocano l’intento pronunciando a voce alta e chiara la parola “intento”.

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L’installazione estranea:

Citazioni da: Il lato attivo dell’infinito di Carlos Castaneda.


Ogni essere umano possiede due menti: una è completamente nostra ed è simile ad una voce debole che ci porta sempre ordine, direzione e uno scopo preciso; l’altra è invece una installazione estranea che ci porta conflitti, arroganza dubbi e disperazione.

Le nostre meschinità e le nostre contraddizioni sono il risultato di un conflitto trascendentale che affligge tutti noi, ma di cui solo gli sciamani sono dolorosamente e disperatamente consapevoli: si tratta del conflitto delle nostre due menti.

Una è la nostra vera mente, il prodotto delle nostre esperienze di vita, quella che parla di rado perché è stata sconfitta e relegata nell’oscurità. L’altra, quella che usiamo ogni giorno per qualunque attività quotidiana, è un’installazione estranea.

Per risolvere il conflitto delle due menti occorre avere l’intenzione di farlo. Gli sciamani evocano l’intento pronunciando a voce alta e chiara la parola intento: è una forza che esiste nell’universo, e quando gli sciamani la evocano si presenta loro e predispone il sentiero per la realizzazione. Questo significa che gli sciamani riescono sempre a fare quello che vogliono.

L’intento può essere evocato per qualunque motivo, ma gli sciamani hanno imparato a loro spese che si presenta loro solo per qualcosa di astratto. E’ la loro valvola di sicurezza, senza la quale sarebbero insopportabili. Nel tuo caso, evocare l’intento per risolvere il conflitto delle tue due menti o sentire la voce della tua vera mente non è una questione meschina, triviale o arbitraria: al contrario, è astratta ed eterea, e riveste per te un’importanza fondamentale.

Prova a pensare a ogni singolo essere umano che esiste sulla faccia della terra e, senza ombra di dubbio, scoprirai che chiunque sia, qualunque cosa pensi di se stesso o possa mai fare, il risultato delle sue azioni è sempre lo stesso: figure insensate davanti a uno specchio.

Non dare retta a quella voce superficiale che ti fa arrabbiare. Devi invece prestare ascolto a quella più profonda che ti guiderà d’ora in avanti, la voce che ride. Ascoltala e ridi con lei. Ridi! Ridi!

L’intero genere umano non vuole sentire nulla. La gente presta ascolto solo a quello che vuole sentirsi dire.

La tua persona ha ben poco a che fare con il tuo corpo: è infatti la tua mente. E devi credermi, la tua mente non ti appartiene affatto.

Per l’infinito l’unica impresa degna di un guerriero è la libertà, qualunque altra attività è un  inganno.

In difetto non sono quelli che ti circondano. Loro non possono evitare di essere quello che sono. Tu sei in difetto, perché invece di aiutare te stesso preferisci giudicare loro. Ma solo gli idioti giudicano. Giudicandoli, non farai altro che tirare fuori il loro lato peggiore. Siamo tutti prigionieri ed è questa prigionia a indurci ad agire con tanta meschinità. La tua sfida sta nel prendere gli altri così come sono. Lasciali in pace.

Vidi una strana ombra scura proiettata sulle chiome degli alberi. Forse era un’ombra sola che si muoveva avanti e indietro, oppure erano più ombre che si spostavano da sinistra a destra e da destra verso sinistra, o ancora verso l’alto. Assomigliavano a giganteschi pesci neri. Era come se un enorme pesce spada stesse volando nell’aria. Quello spettacolo finì per spaventarmi.

Gli sciamani dell’antico Messico furono i primi a scorgere quelle ombre e decisero di occuparsene.

Le videro come le vedi tu adesso e le videro come energia che fluisce nell’universo. E scoprirono qualcosa di trascendentale.

Scoprirono che abbiamo un compagno che resta con noi per tutta la vita. Un predatore che emerge dalle profondità del cosmo e assume il dominio della nostra vita. Gli uomini sono suoi prigionieri. Il predatore è nostro signore e maestro e ci ha resi docili, impotenti. Se vogliamo protestare, soffoca le nostre proteste. Se tentiamo di agire in modo indipendente non ce lo permette.

I predatori hanno preso il sopravvento perché siamo il loro cibo, la loro fonte di sostentamento. Ecco perché ci spremono senza pietà. Proprio come noi alleviamo i polli nelle stie, i “gallineros”, i predatori ci allevano in stie umane, gli “humaneros”, garantendosi così un’infinita riserva di nutrimento.

Rifletti per un momento e dimmi come spiegheresti la contraddizione esistente tra l’intelligenza dell’uomo che costruisce, organizza e la stupidità del suo sistema di credenze, oppure la stupidità del suo comportamento contraddittorio. Secondo gli sciamani, sono stati i predatori (voladores) a instillarci questi sistemi di credenze, il concetto di bene e di male, le consuetudini sociali. Sono stati loro a definire le nostre speranze e aspettative, nonché i sogni di successo e i parametri del fallimento. Ci hanno dato avidità, desiderio smodato e codardia. Ci hanno reso abitudinari, centrati nell’eco e inclini all’autocompiacimento.

Per mantenerci obbedienti, deboli e mansueti, i predatori si sono impegnati in un’operazione stupenda, naturalmente dal punto di vista dello stratega. Orrenda, nell’ottica di chi la subisce. Ci hanno dato la loro mente! Mi ascolti? I predatori ci hanno dato la loro mente, che è diventata la nostra. La mente dei predatori è barocca, contraddittoria, tetra, ossessionata dal timore di essere smascherata. Benché tu non abbia mai sofferto la fame, sei ugualmente vittima dell’ansia del cibo e la tua non è altro che l’ansia del predatore, sempre timoroso che il suo stratagemma venga scoperto e il nutrimento gli sia negato. Tramite la mente che, dopo tutto, è la loro, i predatori instillano nella vita degli uomini ciò che più gli conviene, garantendosi un certo livello di sicurezza che va a mitigare la loro paura.

È di questa patina luminosa di consapevolezza che si alimentano i predatori, e quando un essere umano raggiunge l’età adulta, tutto ciò che gli resta è un bordo sottile che va dalla cima della testa alla punta dei piedi. Proprio l’esilità di tale bordo consente al genere umano di continuare a vivere, benché faticosamente.

Quel sottile bordo di consapevolezza è l’epicentro dell’egocentrismo in cui l’uomo è irrimediabilmente intrappolato. Facendo leva proprio sul nostro egocentrismo, l’unico aspetto consapevole rimastoci, i predatori creano fiammate di consapevolezza che poi procedono spietatamente a consumare. Ci danno problemi futili per forzare tali fiammate a emergere e, in questo modo, ci fanno sopravvivere per continuare a nutrirsi della fiammeggiante energia delle nostre pseudo-preoccupazioni.

Gli antichi sciamani vedevano il predatore. Lo chiamavano quello che vola (voladores), perché si muove a balzi nell’aria.

Ciò che abbiamo di fronte non è un predatore qualunque. E’ intelligente e organizzato. Segue matematicamente un programma destinato a renderci del tutto impotenti. L’uomo, l’essere che era destinato a essere magico, non lo è più. Si è ridotto a un banale pezzo di carne. Non ci sono più sogni degni dell’uomo, ma ci sono solo i sogni di un pezzo di carne: triti, convenzionali, stupidi.

Questo predatore è naturalmente un essere inorganico, non è invisibile ai nostri occhi come lo sono altri esseri inorganici. Proprio come fanno i bambini, noi lo vediamo ma poiché ci appare troppo orribile preferiamo non pensarci.

L’unica alternativa possibile per l’umanità è la disciplina. La disciplina è il solo deterrente. Ma parlando di disciplina non mi riferisco ad uno stile di vita spartano: alzarsi ogni mattina alle cinque e mezzo e bagnarsi nell’acqua fredda fino a diventare blu. Gli sciamani interpretano la disciplina come la capacità di affrontare in modo sereno eventualità che esulano dalle nostre aspettative. Per loro, la disciplina è un’arte: l’arte di affrontare l’infinito senza vacillare, e non perché siano forti e duri, ma perché sono animati da timore reverenziale.

La disciplina rende la patina luminosa di consapevolezza sgradevole al gusto di quello che vola. Il risultato è che il predatore rimane sconcertato, confuso. Così, ingannato e smarrito, non ha altra alternativa che sospendere la sua opera nefasta. Se la nostra patina luminosa di consapevolezza rimane intatta per qualche tempo, ha la possibilità di crescere.

Mediante la disciplina, gli stregoni tengono a bada i predatori (voladores) quanto basta per permettere alla loro patina luminosa di consapevolezza di superare il livello delle dita dei piedi. Da quel momento, essa riacquista la sua dimensione originaria.

Il supremo stratagemma degli sciamani dei tempi antichi consistette nel caricare di disciplina la mente di quello che vola. Scoprirono che affaticando col silenzio interiore la mente di quello che vola, l’installazione estranea fugge, dimostrando così con assoluta certezza la sua origine aliena. Successivamente l’istallazione estranea ritorna, ma non più così forte; ha quindi inizio un processo in cui la fuga della mente di quelli che volano diventa routine, fino a quando sparisce definitivamente.

La disciplina strema in modo incommensurabile la mente aliena. Ed è appunto attraverso la disciplina che gli sciamani sconfiggono l’installazione estranea.


—-

Dialogo tra Don Juan e Castaneda sull’immagine di sé e la personalità:

«I maestri dell’agguato che praticano la follia controllata credono che, per
quanto concerne la personalità, tutta la razza umana si divide in tre categorie.»
Sorrise come faceva tutte le volte che mi provocava.
«Ma è assurdo!» protestai io. «Il comportamento umano è troppo complesso per essere diviso così semplicemente.»
«I maestri dell’agguato dicono che non siamo così complessi come pensiamo e che tutti apparteniamo a una delle tre categorie.»

Risi, nervoso. Di solito avrei preso la sua dichiarazione come uno scherzo, ma stavolta, con la mente così limpida e i pensieri così acuti, sentii che parlava proprio seriamente.
««Dici sul serio?» gli chiesi, con quanta più gentilezza potei.
«Come no!» rispose, cominciando a ridere.
Le sue risa mi fecero rilassare un po’, ed egli cominciò a spiegarmi il sistema di classificazione. Disse che le persone della prima classe sono perfetti segretari, assistenti, colleghi. Hanno personalità molto fluide, ma la loro fluidità non arricchisce.
Tuttavia sono servizievoli, interessati, amanti della casa, pieni di risorse entro certi limiti, spiritosi, beneducati, teneri, delicati. In altre parole, la gente migliore che si possa trovare, ma con un enorme difetto: non riescono a funzionare da soli, hanno sempre bisogno di qualcuno che li diriga. Sotto una direzione, per quanto possa essere dura o antagonistica, rendono benissimo. Da soli non ce la fanno.

Le persone della seconda classe non sono affatto simpatiche. Sono meschine, vendicative, invidiose, gelose, egoiste. Parlano solo di sé e di solito chiedono che gli altri si uniformino al proprio livello. Prendono sempre loro l’iniziativa, anche se non si sentono a proprio agio. Sono perennemente impacciati in ogni situazione e non si rilassano mai. Sono insicuri e sempre insoddisfatti, e più si sentono insicuri, più diventano scortesi. Il loro fatale difetto è che ammazzerebbero chiunque per amor del potere.

Nella terza categoria ci sono quelli che non sono simpatici ma nemmeno odiosi.
Non sono servi di nessuno ma neanche si impongono a nessuno, sono piuttosto degli indifferenti. Hanno un’alta idea di se stessi derivata solo da sogni a occhi aperti e da pii desideri. Se si distinguono per qualcosa è perché sono sempre in attesa che qualcosa succeda. Attendono di essere scoperti e conquistati e hanno una grande
abilità a creare l’illusione di avere in serbo grandi cose, che promettono sempre di offrire: in realtà ciò non avviene perché non ne hanno la capacità.
Don Juan mi precisò che lui, ovviamente apparteneva alla seconda classe. Mi chiese poi di classificarmi e con una certa riluttanza suggerii che potevo essere una combinazione delle tre.
«Non rifilarmi quell’idiozia della combinazione» mi disse, ancora ridendo. «Noi siamo creature semplici, ognuno di noi appartiene a uno solo dei tre tipi. Secondo me, tu appartieni alla seconda classe. I maestri dell’agguato li chiamano peti.»
Presi a protestare che il suo schema di classificazione era avvilente, ma mi
fermai proprio mentre stavo per abbandonarmi a una lunga tirata. Invece gli feci notare che, se davvero c’erano solo tre tipi di caratteri, tutti eravamo bloccati a vita in una delle tre categorie, senza speranza di mutamento o riscatto.
Convenne che era proprio così, ma restava una via di recupero. Gli stregoni avevano appreso molto tempo prima che solo il nostro riflesso di sé personale cadeva in una delle categorie.
«Il nostro problema è che noi ci prendiamo sul serio» disse.

«A qualsiasi categoria appartenga la nostra immagine di sé, importa solo per la nostra presunzione. Se non fossimo presuntuosi, le categorie non importerebbero affatto.
«Sarò sempre un peto» continuò, scosso in tutto il corpo dalle risate. «E anche tu. Ma ora io sono un peto che non si prende sul serio, a differenza di te.»
Ero indignato. Volevo discutere con lui, ma non riuscii a mettere insieme l’energia necessaria.

Da wikipedia



Carlos Castaneda, in origine Carlos César Salvador Aranha Castañeda (Cajamarca, 25 dicembre 1925Los Angeles, 27 aprile 1998), è stato uno scrittore peruviano naturalizzato statunitense nel 1957.

 

Biografia [modifica]

I registri per l’immigrazione relativamente a Carlos Cesar Arana Castaneda indicano che egli nacque il 25 dicembre 1925 (tuttavia nelle “conversazioni con Carlos Castaneda” di Carmina Fort si afferma che l’anno fosse il 1935) a Cajamarca in Perú [1]. I medesimi registri mostrano che il cognome gli fu dato da sua madre Susana Castañeda Navoa. Il cognome appare con la ñ in molte dizionari spagnoli, anche se i suoi più famosi lavori riportano una versione anglofona.

Castaneda si trasferì negli Stati Uniti nei primi anni cinquanta acquisendone la cittadinanza nel 1957. Nel 1960 si sposò con Margaret Runyan a Tijuana in Messico. Vissero assieme per solo sei mesi, ma il divorzio fu formalizzato solo nel 1973. Castaneda studiò all’Università della California a Los Angeles conseguendo la laurea in arte nel 1962 e il dottorato in filosofia nel 1973 [2]

Con il suo primo libro Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza del 1968 Castaneda iniziò la sua carriera di scrittore con il proposito di descrivere il suo percorso di iniziazione allo Sciamanesimo mesoamericano. I suoi 12 libri hanno venduto più di 8 milioni di copie in 17 lingue.

Coloro che hanno studiato Castaneda e i suoi lavori affermano che tali libri sono veri e sono apprezzabili lavori filosofici e descrittivi di pratiche idonee a sviluppare la consapevolezza, la capacità di percezione e la capacità di affermare la propria volontà nel mondo. Alcuni accademici e alcuni critici dal canto loro affermano che i libri sono meri romanzi, pieni di contraddizioni e discrepanze con le conoscenze antropologiche attuali e prive di alcun elemento di prova.[senza fonte]

Nel marzo del 1973 Castaneda fu oggetto dell’articolo di copertina del Time [3]. L’articolo lo descriva come “an enigma wrapped in a mystery wrapped in a tortilla“. Da quella data e fino al 1990 Castaneda si sottrasse all’attenzione pubblica.

Nel 1974 il suo quarto libro fu pubblicato. Il libro segnala la fine del suo apprendistato con don Juan. Nonostante la fredda accoglienza da parte dei letterati e degli antropologi, Castaneda continuò a essere popolare. Dei dodici libri scritti, due furono pubblicati postumi.

Nel 1990 Castaneda ricomparve nuovamente in pubblico per promuovere Tensegrity, una serie di movimenti (chiamati passi magici) che egli affermava discendere dagli sciamani toltechi. Il 16 giugno 1995 fu creata la Cleargreen Incorporated un fondazione for profit con lo scopo di sponsorizzare e organizzare seminari e workshop sulla Tensegrity oltre che costituire la casa editoriale dei relativi articoli. La Cleargreen pubblicò tre video dei passi Tensegrity quando Castaneda era ancora in vita. Castaneda non apparve in tali video.

Castaneda muore il 27 aprile 1998 a Los Angeles a causa delle complicazioni derivanti da un cancro [4]. Non ci furono funerali pubblici, il corpo fu cremato e le ceneri inviate in Messico. Solo due mesi dopo apparve un necrologio sul Los Angeles Times [5].

La carriera di scrittore [modifica]

Nei suoi libri, Castaneda descrive in prima persona quello che egli afferma essere la propria esperienza sotto la guida dello sciamano Yaqui chiamato don Juan Matus incontrato nel 1960. Castaneda scrive che egli fu individuato da don Juan Matus come in possesso della configurazione energetica del “nagual“. Egli inoltre usò il termine naqual per descrivere quella parte della percezione che appartiene alla sfera del “non conosciuto” e ancora non conoscibile dall’uomo, così sottointendendo che don Juan Matus fosse l’elemento di connessione con il “non conosciuto” (a cui spesso Castaneda fa riferimento come “realtà non ordinaria“).

I suoi primi tre libri: A scuola dallo stregone, una via Yaqui alla Conoscenza, Una realtà separata e Viaggio a Ixtlan, furono scritti mentre Castaneda era ancora uno studente all’università. Castaneda scrisse questi libri come se fossero il diario delle sue ricerche descrivendo l’apprendistato con uno sciamano tradizionale. Fu inizialmente acclamato per il lavoro descritto in questi libri, prima che iniziasse contro di lui una critica più accesa.[6]

Nei primi due libri Castaneda, descrive come la Via Yaqui per la conoscenza richieda l’uso di potenti piante indigene, come il Peyote e la Datura. Nel suo terzo libro, Viaggio ad Ixtlan, ribalta però la sua enfasi sul potere delle piante. Egli afferma che Don Juan le ha usate su di lui per dimostrare che le esperienze fuori dalla vita conosciuta e ordinaria, sono reali e tangibili, ma non sarebbero state necessarie se la sua mente fosse stata più fluida.

In seguito negò ogni utilizzo di droghe per i propri propositi. Affermò nei successivi libri che queste possono inalterabilmente danneggiare la sfera luminosa di emanazioni del corpo energetico, così come il corpo fisico.

In Viaggio ad Ixtlan, il terzo libro della serie, fa notare:

« La mia percezione del mondo attraverso l’effetto di questi psicotropi è stata così bizzarra ed impressionante che io fui costretto ad assumere che questi stati erano la sola via di comunicazione e apprendimento di ciò che don Juan stava cercando di insegnarmi. Questo assunto era erroneo. »

Il suo quarto libro, L’isola del Tonal, termina con Castaneda sul punto di saltare da un picco in un abisso, segnando così il suo passaggio da discepolo a uomo di conoscenza in quanto, invece di “morire” come avrebbe dovuto “sfracellandosi” sulle rocce, riesce a suo avviso “in qualche modo” a sopravvivere, appunto però “trasformato”. Anche se non arriva mai a spiegare di più.

L’incontro con don Juan [modifica]

Castaneda ha acquisito fama per i suoi libri sulle vicende dello stregone Don Juan e il suo gruppo di allievi sciamani.

Secondo quanto asserito da Castaneda stesso, nel 1960, allora giovane studente all’Università della California a Los Angeles, conobbe in Arizona un messicano di etnia yaqui, Don Juan Matus. Questi lo avrebbe iniziato alla stregoneria antica messicana, per usare i termini esatti del suo libro, portandolo a scoprire asserisce l’autore, nuovi mondi e stati di coscienza alterati ricorrendo inizialmente anche a sostanze allucinogene per farlo (come il cactus peyote da cui si estrae la mescalina), per abbattere le sue convinzioni; ma asserendo poi in successivi libri, che ciò non sarebbe stato affatto necessario se egli fosse stato un poco più “essere fluido“.

Proseguendo il racconto, alla partenza di Don Juan per il suo “ultimo volo” (una specie di “morte alternativa” a quella comune), lo sciamano Carlos, in qualità di nuovo nagual (cioè “leader”, capo) designato da Don Juan, avrebbe proseguito e guidato un altro gruppo di allievi, anch’essi preparati, il cammino verso la liberazione totale dell’essere, per partire infine anche loro, come il proprio maestro, per il “viaggio definitivo attraverso l’ignoto”.

Gli sciamani o “stregoni” che lo istruiscono, indicherebbero l'”ultimo volo” come un ‘”processo volontario di attivazione interiore del fuoco dal profondo insito in ogni essere, capace di condurre ad una specie di “autocombustione“, o volatilizzazione istantanea del corpo, nel quale però lo spirito, la propria coscienza, sarebbero in grado di sopravvivere.

Pensiero [modifica]

La sintesi del pensiero di Don Juan potrebbe essere riassunta con queste parole: “il Cammino del Cuore”. Nel suo primo libro, a scuola dallo stregone, una via Yaqui alla Conoscenza, Castaneda afferma:

“Per me esiste solo il cammino lungo sentieri che hanno un cuore, lungo qualsiasi sentiero che abbia un cuore. Lungo questo io cammino e la sola prova che conta è attraversarlo in tutta la sua lunghezza. E qui io cammino guardando, guardando senza fiato.”

Nelle opere successive l’autore introduce il concetto della “spietatezza assoluta“, basilare nel guerriero se non vuole perdere energia, o il potere che ha “accumulato”.

Niente “amore” quindi; niente inutili “lasciarsi andare” a se stessi.. (altro termine impiegato proprio cosi).

Gli insegnamenti di Don Juan, secondo lo stesso Castaneda, non hanno niente a che vedere con le altre tradizioni mistiche e credenze esoteriche o religiose, ma sono concetti totalmente nuovi e innovatori, gli stessi che gli hanno appunto dato il successo che ha avuto e che continua ad avere; includono delle pratiche di cui non si è mai parlato prima.

Non si parla per esempio di santi, non c’è un tema “salvifico” del tipo “comportati bene, o verrai punito“.. Tutto poggia più che altro sulle proprie capacità interne personali (la “salvezza” se c’è, è qualcosa di “individuale”) le quali possono venire sviluppate e affinate tramite certe tecniche, secondo criteri e per scopi però del tutto diversi da quelli comuni alla maggior parte di altre filosofie.

Castaneda utilizza una terminologia propria, il suo pensiero è quindi legato a tali termini e alla spiegazione che se ne ricava dagli scritti.

Le Tre Arti [modifica]

Tra gli strumenti che un guerriero avrebbe a disposizione, per raggiungere i propri obiettivi (accumulare potere personale, riguadagnare la propria libertà” e compiere, così, una “morte alternativa”), ci sarebbero:

  • L’arte dell’agguato – relazionata alla “prima attenzione
  • L’arte del sognare (o “in-sognare”..) – relazionata con la “seconda attenzione
  • L’arte dell’Intento, – di cui non parla – ma che si pensa sia collegata all’ultima attenzione possibile realizzabile, cui accenna nei suoi libri: la “terza attenzione

Le Tre Attenzioni [modifica]

« ciò che noi crediamo essere unico ed assoluto, è solo uno in un insieme di mondi consecutivi, posizionati come gli strati di una cipolla. Egli affermò che anche se noi fossimo stati energeticamente condizionati a percepire solamente il nostro mondo, avremmo avuto ancora la capacità di entrare in quegli altri regni, che sono reali, unici , assoluti ed ingolfati come lo è il nostro mondo. (viii) »

Secondo Castaneda, il fatto più significativo nella vita di una persona è che non si rende conto di avere a disposizione altre “attenzioni possibili” (così lui le chiama), le quali andrebbero sviluppate. Incrementandole, arrivando cioè a “percepire”, ad averne piena coscienza, prima, disponibilità e controllo, dopo, l’essere umano secondo lui, potrebbe arrivare addirittura a compiere una “morte alternativa”.

Incrementarle richiede disciplina, ma soprattutto “forza”, energia, quello che don Juan gli descrive come “potere personale“.

Ecco che con la corretta applicazione dell’arte dell’agguato (abbondantemente trattata ne “il potere del silenzio” ), egli afferma che possiamo diventare dei “cacciatori di potere“.

Andare a “caccia” di “potere”, significherebbe “accumulare” energia tramite certe tecniche di “controllo comportamentale”, ma anche dei rituali che non escludono, come già accennato, il consumo di allucinogeni, ma più spesso trattasi invece del contatto diretto con certe “forze” (spiriti, che lui chiama “alleati” di potere, appunto) naturali che ci circondano.

Un potere personale sufficiente, porterebbe dunque alla consapevolezza di tutte queste tre attenzioni e quindi, alla padronanza dell'”intento” (il controllo cosciente e volitivo della propria “forza di volontà“, che Castaneda ci descrive come delle fibre luminose di energia partenti dalla base dell’ombelico).

Il “Punto di Unione” [modifica]

Questa padronanza sarebbe principalmente il movimento controllato di quello che è conosciuto in questa particolare disciplina, come il punto d’unione, il centro energetico della sfera luminosa di energia dell’uomo in cui si metterebbe insieme la nostra percezione, e responsabile quindi di quello che percepiamo coi nostri sensi.

Secondo questa filosofia, quando siamo giovani, il nostro uovo luminoso non si sarebbe ancora irrigidito e il punto d’unione scorrerebbe fluido. L’uovo degli umani sarebbe intersecato da “filamenti di energia”, che produrrebbero percezioni, ma quando le persone crescono e vivono in una esistenza ordinaria (concentrandosi solo cioè sulla loro “prima attenzione”), concretizzerebbero solo una piccola parte di queste emanazioni, che diventerebbero quindi tutta la loro realtà percettiva, escludendo automaticamente tutti gli altri possibili mondi che invece potrebbero ugualmente essere raggiunti (attraverso le altre attenzioni possibili).

Castaneda afferma che ogni nostra sensazione, sentimento o azione, è determinata dalla posizione di questo punto di unione. Il movimento consapevole del punto di unione permetterebbe la percezione del mondo in maniera differente (realtà non ordinaria), nonché l’entrata in altri mondi veri e propri, diversi dal nostro, ma ugualmente “inglobanti” e “reali”.

L’obiettivo di tutto questo sarebbe quello di raggiungere la “totalità di se stessi”, ossia la piena percezione e dominio delle attenzioni.

il “Pinche Tiranno” [modifica]

Piccoli movimenti porterebbero a piccoli cambiamenti nella percezione, ma grandi movimenti porterebbero a cambiamenti radicali. E sono questi che un guerriero cerca.

Secondo Castaneda, il suo maestro don Juan gli aveva spiegato che, secondo gli antichi stregoni messicani, per ottenere questo “movimento” si ricorreva a varie tecniche. Una di queste, era sfruttare la dinamica (energetica) di certe “reazioni emotive” e comportamentali (arte dell’agguato).

Da qui l’adozione, o la “ricerca” (folle, per un “essere ordinario”, ossia per colui che non sia un guerriero) di “andarseli proprio a cercare” i problemi, soprattutto di gente che ci renda “la vita impossibile”; don Juan, li definisce, i “Pinches Tiranos…” e sarebbero, delle vere benedizioni!… (solo per un guerriero, ovviamente, che sappia quello che sta facendo e cercando).

Ironicamente è lo stesso don Juan Matus, ne “il potere del silenzio” che giustifica la scelta di Castaneda come apprendista in quanto la presenza dello scrittore per lui rappresentava quanto di più fastidioso e irritante potesse esistere, dicendo anche di trarre da ciò energia per se stesso ed il proprio viaggio.

Fermare il “Dialogo interno” [modifica]

Tutto questo, i “pinche tiranos” ma anche le altre tecniche (agguato, sogno, intento), ci aiuterebbe a raggiungere una delle mete supreme (l’altra è la “spietatezza”), in quanto “chiave di volta” per essere liberi (in questo caso di “percepire”): si tratta del “silenzio interno”, descritto da Carlos con i termini: “parar il dialogo interiore” (caratteristico della mente dell’uomo).

Altre tecniche [modifica]

Attraverso molte altre tecniche (che sempre “solo accenna”, ma non arriva mai a spiegare fino in fondo) come la:

  • “ricapitolazione” dell’esperienze fatte nella propria vita
  • “cancellare la propria storia personale”, per
  • essere “inaccessibili”
  • sviluppare lo “stato d’animo del guerriero”, di cui la spietatezza è la meta finale
  • usare “l’idea della Morte” per “realizzarlo” (la “Morte come Consigliera”), e assieme a questa adottare anche
  • l’umiltà del guerriero (ch’è molto diversa da quella dell’uomo comune)
  • sognare” (lucidamente)
  • maneggiare l'”Intento” (“creare”, fare “miracoli” o cose “assolutamente impossibili” per la nostra mente “razionale”; si suppone “creare” in quanto, questa è l’unica parola associata a questo termine che si trova nei suoi libri. Tuttavia ripetiamo che non ha mai espresso chiaramente nulla su quest’arte)
  • porre l’agguato a se stessi, utilizzando i “pinches tiranos” oppure anche altre “tattiche”, sempre utili a “muovere” il punto d’unione

Il guerriero mirerebbe a riguadagnare la propria libertà perduta, che gli sarebbe stata tolta (da entità da lui chiamati “esseri inorganici”, o “predatori” nel capitolo “Ombre di Fango” del libro Il lato attivo dell’Infinito), libertà di “percepire” veramente: chi è, da dove viene, ma soprattutto, dove sta andando.., e.. dove vuole andare. Per poi “concretizzare” questo suo “volere”, con il “potere personale” che ha accumulato durante tutta una vita d’impeccabilità (essere “impeccabili”, fa parte dello “stato d’animo del guerriero”).

La ricerca della “Libertà” [modifica]

Castaneda asserisce che don Juan, il suo maestro, lo aveva consigliato ed esortato a “non perdersi” nei numerosi mondi nuovi che poteva arrivare a percepire; in quanto, l’unica cosa importante, al momento della morte, era la “Libertà” di poter continuare a “percepire-rsi“. Non doveva quindi cedere alle “lusinghe” o alle “bellezze”, che in essi avesse potuto trovare.

Le critiche [modifica]

Gli scritti di Castaneda sono stati criticati dal mondo accademico. Taluni hanno ritenuto che Castaneda si fosse appropriato del lavoro dell’antropologa Barbara Myerhoff. Altri hanno cercato di ricostruire il nesso storico tra la vita di Castaneda e gli eventi raccontati nei libri senza però alcun successo. Chi sostiene l’autenticità di quanto esposto da Castaneda, afferma invece che le incoerenze sarebbero state lasciate “di proposito” dall’autore proprio come avrebbe fatto per la sua vita privata: ossia, come parte integrante del modello proposto dal nucleo d’insegnamenti propri del suo maestro Don Juan.

Uno degli aspetti più controversi del suo lavoro è la descrizione dell’uso di allucinogeni per raggiungere nuovi stadi di consapevolezza.

Nel suo terzo libro, scrive:

« La percezione del mondo attraverso gli effetti delle sostanze psicotrope è stato così bizzarro e impressionante da spingermi a pensare che tale stato fosse l’unica strada per comunicare e imparare quello che Don Juan tentava di insegnarmi. Tale assunto però si dimostrò erroneo »

Robert J. Wallis nel suo libro del 2003 Shamans/Neo-Shamans: Contested Ecstasies, Alternative Archaeologies, and Contemporary Pagans, scrive:

« All’inizio, e col supporto del dipartimento di antropologia dell’Università, il lavoro di Castaneda fu accolto criticamente. Gli esponenti della vecchia scuola di antroplogia come Edward Spicer (1969) and Edmund Leach (1969) lodarono Castaneda […]. L’autenticità di Don Juan fu accettata per sei anni, fino a che Richard de Mille e Daniel Noel non pubblicarono le loro critiche volta a smascherare il libri su Don Juan nel 1976 (De Mille pubblicò un ulteriore volume nel 1980) […] Il meticoloso lavoro di De Mille in particolare mostrò la falsità del lavoro di Castaneda.
L’indegno rivestire di fatti antropologici cozza con la grande discrepanza dei dati: il libro “si contraddice nei dettagli di date, luoghi, sequenze e descrizioni di eventi” (Schultz in Clifton 1989:45). Ci sono fonti pubblicate per quasi tutto quanto scritto da Carlos (si veda in particolare Beals 1978) e almeno un caso si concreta in un plagio: Ramon Medina, uno sciamano Huichol che fornì informazioni a Barbara Myerhoff (1974) […]. »

Agli inizi del 1973 il citato Time Magazine, scrive che non c’è alcuna prova che di quanto scrive Castaneda. L’unico testimone di quanto scritto è lo stesso Castaneda.

Seri studi critici e analitici sugli scritti di Castaneda non comparvero sino al 1976 quando Richard de Mille pubblicò Castaneda’s Journey: The Power and the Allegory, nel quale egli argomenta come “gli errori logici e cronologici nella struttura narrativa sono la prova più che evidente che i libri di Castaneda sono finzione. Se nessun altro prima ha scoperto questi errori si deve al fatto che nessuno ha redatto una lista degli eventi in sequenza così come narrati nei primi tre libri. Una volta redatta tale lista gli errori sono evidenti[7].

La più schiacciante prova di questo, secondo de Mille, è nella relazione di Castaneda con la strega chiamata la Catalina.

I libri [modifica]

Abbozzo letteratura
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  1. Gli insegnamenti di Don Juan: una via Yaqui alla Conoscenza pubblicato inizialmente in Italia con il titolo A scuola dallo stregone– descrive delle “piante di potere” o “alleati”, la strada verso la conoscenza col “mescalito” (peyote), ecc. – il protettore dell’uomo; vedere le cose con colori liquidi; “funghi allucinogeni” – imparare a manipolare, volare, e a percepire la forma di un animale; datura– spirito femminile, difficile da manovrare, da forza, processo lungo. Questo libro è l’unico nella serie in cui l’ultima parte include una dettagliata “Analisi ragionata” degli insegnamenti di Don Juan.
  2. Una realtà separata – Discute le idee di volontà, follia controllata e vedere (come contrapposto a guardare), come strumento che un guerriero usa per essere un uomo di conoscenza.
  3. Viaggio ad Ixtlan – Lezioni sulla strada del guerriero, o fermare il mondo, la routine, la propria storia personale, importanza di se stessi, la morte come un messaggero, il non fare, sognare.
  4. L’isola del Tonal – Descrizione di punti di percezione nel corpo o nell’uovo luminoso, tonal (prima attenzione, conoscenza, consapevolezza del lato destro) e nagual (seconda attenzione, ignoto, consapevolezza del lato sinistro, sognare insieme)
  5. Il secondo anello del potere’ – Descrive gli eventi dopo la partenza di Don Juan, le esperienze con le donne guerriere del gruppo originario del nagual, la seconda attenzione (il secondo anello del potere), la perdita della “‘forma’ umana”, il sogno,
  6. Il dono dell’Aquila – descrizione della forza che crea, distrugge e governa l’universo (o almeno le 48 bande della terra), oltre che sorgente delle emanazioni stesse, descrizione dei comandi dell’Aquila all’uomo, la regola del Nagual, vari livelli di insignificanti tiranni, la via verso la libertà, l’agguato a se stessi e il sogno, luogi di potere.
  7. Il fuoco dal profondo – passo dopo passo, delucidazioni della padronanza della consapevolezza o della conoscenza del neo veggente: tutto è energia (le emanazioni dell’Aquila o emanazioni luminose), l’uovo luminoso e il punto d’unione, il noto (prima attenzione o tonal), l’ignoto (seconda attenzione o nagual), l’inconoscibile (fuori dall’uovo luminoso), tiranni di scarsa importanza come modo per spostare il punto d’unione e promuovere la crescita del guerriero, mondi gemelli di organico ed inorganico (più precisamente esseri materiali e esseri non materiali), spostamento del punto di unione e altri filamenti di consapevolezza, fasci di emanazioni che sono le basi per le fonti di differenti tipi di consapevolezza e forme, la forma umana, le forze che colpiscono l’uovo luminoso, vincere la morte, l’agguato a se stessi, l’intento e il sogno.
  8. Il potere del silenzio – racconti sulla padronanza essenziale dell’intento, ruotanti attorno a punti chiave dello spirito
  9. L’arte di sognare – passi verso la padronanza del sogno.
  10. Tensegrità, passi magici – descrizione con foto di movimenti fisici miranti ad incrementare il proprio benessere, un sistema divenuto famoso col termine “tensegrità”
  11. Il lato attivo dell’infinito – ricapitolazione, diario degli eventi significativi (come visti dallo spirito)
  12. La ruota del tempo – ricostruzione del modo in cui i libri precedenti sono stati scritti con citazioni da tutti i precedenti libri.

Pubblicazioni [modifica]

L’autore ha scritto i seguenti libri, pubblicati in quest’ordine:

La sua fondazione for profit (Cleargreen), nonché altri autori che vanno dai discepoli di Castaneda (riconosciuti e non, da lui) a numerosi altri personaggi che affermarono aver conosciuto ugualmente don Juan, oppure ancora nuovi autori che si affacciarono nella scena per scrivere del tema, giornalisti, investigatori, e altri hanno dato vita, unitamente ai libri sopra citati, a una estesa Bibliografia castanedica.

Una Risposta to “CARATTERISTICHE DEL GUERRIERO TOLTECO CASTANEDIANO: + Aforismi di Carlos Castandeda”

  1. inge Says:

    lo lessi da ragazzo … grazie


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