Komi non riesce a comunicare – e nemmeno tu (puoi dire l’indicibile)

L’altro giorno ho dato un’occhiata a “Komi Can’t Communicate”.

Senza fare lo spoiler, si tratta di un simpatico manga incentrato su una ragazzina che non riesce a comunicare come gli altri. La povera Komi ce le ha tutte: soffre di ansia sociale, paura di parlare in pubblico, balbuzie, etc.

Insomma le risulta impossibile dire ciò che prova, ciò che sente, ciò che percepisce.

Non riesce a parlare come gli altri, non riesce a comportarsi come gli altri, non riesce a interagire o relazionarsi verbalmente, e per questo viene sistematicamente fraintesa, esclusa, derisa, allontanata.

Gli altri, i “normali”, sarebbero i suoi compagni, quelli che riescono a comunicare con disinvoltura, chiacchierare, padroneggiare gli scioglilingua, parlare 5 lingue morte, etc.

Agli occhi di Komi, i normali, i sani, gli intelligenti, i bravi, i meritevoli sono quelli che sanno sempre quello che dicono.

Quella normale, sana, intelligente, speciale invece è Komi, ma lei non lo sa. Non sa che il suo non sapere è del tutto comprensibile. Non le hanno insegnato la distinzione tra falso sapere e conoscenza silenziosa; non conosce il demone della dialettica (come lo definiscono alcune tradizioni buddhiste).

Se ad esempio le avessero spiegato che gli altri, quelli che lei considera normali o speciali, sono posseduti dal demone della dialettica allora si sentirebbe meno a disagio, noterebbe che c’è qualcosa di malsano nel chiacchiericcio logorroico dell’uomo comune; riconoscerebbe che sotto sotto nascondono uno stato ansiogeno, un’insoddisfazione di fondo, un bisogno di riconoscimento, una dipendenza dal blablabla. Insomma riconoscerebbe che in fondo non stanno bene come dicono. Riconoscerebbe che il 99% di ciò che dicono è menzognero, non autentico, inventato, convenzionale. Vedrebbe la recita umana in tutta la sua tragicomicità.

Guarderebbe oltre il velo delle parole e non si farebbe ammaliare dal demone della dialettica.

Parafrasando Umberto Eco (Il pendolo di Foucault), direi a Komi:

«Komi, per loro, per i tuoi amici, tutto è una metafora, piena di segreti […] Sarebbe bastato che ti fossi fermata lì, all’indicibile. Che avessi scritto un libro bianco per spiegargli che il secretum secretorum non doveva più essere cercato, che la lettura della vita non celava alcun senso riposto, e che tutto era lì!

Lì, nell’indicibile».

Ma Komi è ancora una ragazzina, non è un iniziato o una monaca Zen, non punta (ancora) all’autorealizzazione, ed è giusto che alla sua età faccia tutte le esperienze che preferisce.

È giusto che senta quel disagio e che tenti di superarlo a modo suo – anzi nel modo degli altri. Poi si renderà conto che il modo (e il mondo) degli altri non funziona per conoscere se stessa. Quindi si riconcilierà con quello che ha sempre tentato di evitare: l’indicibile.

Riconoscerà che ciò che spingeva gli altri a parlare a vanvera era la paura fottuta dell’indicibile.

Parlano per pararsi il culo.

Più parlano a vanvera, più sono fifoni… fifoni del silenzio.

Dietro tutte le loro parole c’era soltanto la paura. La stessa paura che lei sentiva fin da bambina. Ma adesso impara a convivere con quella paura, sa che l’indicibile mondo interiore è un mistero da osservare con cura, rispettare, contemplare.

Ma questa Komi che sto descrivendo è quella che immagino se fosse mia figlia.

La Komi del manga è semplicemente timorosa di non avere abbastanza amici ed è afflitta dal non poter dire l’indicibile. Probabilmente ne è troppo consapevole, troppo preoccupata, troppo ansiosa, ma quella reazione è più che plausibile quando si realizzano le profondità dell’indicibile.

Le sensazioni, le percezioni, i sentimenti risultano indicibili, impossibili da tradurre a parole. E questo mistero la blocca, le produce un nodo alla gola, provoca dubbi e perplessità.

Lei sa – o intuisce – che le parole non possono tradurre nulla; non ne è del tutto consapevole e per questo ci rimane male, si sente afflitta, frustrata, delusa. Non sa che è sulla buona strada. Non ha incontrato nessuno che le dicesse:

“Komi, tranquilla, loro non sanno un cazzo… ciò che dicono non vale niente.

Non diventare come loro.

Non farti prendere dal panico.

Loro provano il tuo stesso disagio e cercano di coprirlo con un finto sapere; ripetono gli errori tramandati dai loro genitori, nonni, bisnonni… Coprono l’indicibile fingendo di sapere ciò che sentono, fingendo di conoscere gli altri, fingendo di sapere quello che percepiscono. Ma non sanno nulla della percezione. Non hanno la più pallida idea di cosa significhi davvero percepire, del come avviene tale processo, etc.

Komi, tu invece ti sei guardata dentro, hai scoperto qualcosa di indicibile; ti sei resa conto che la percezione non ha nulla di razionale, nulla di scontato, banale. Si tratta di qualcosa di talmente misterioso da averti ammutolito, e quella paralisi dell’intelletto è la reazione più naturale che possa emergere al contatto con quel mistero. Sei come una mistica prematura che ha accidentalmente avuto una visione. Sei una giovane mistica ad un passo dall’estasi.

Accidenti… Se solo sapessi contemplare quell’indicibile invece di denigrarlo con le puttanate che ti hanno insegnato a casa, a scuola, nella società.

Lascia perdere il public speaking, le diavolerie del marketing, il demone della dialettica.

Punta più in alto. Punta più in dentro. Punta più indietro.

Sii felice di essere in costante contatto con l’indicibile.

L’indicibile ti sta richiamando a Sé, ti vuole tutta per Lui…

Giovane Komi, lasciati sverginare dall’indicibile”.

Questo, più o meno, è quello che direi a mia figlia.  Magari eviterei il discorso sullo sverginamento, e mi soffermerei sul rapporto mistico/silenzioso/contemplativo con l’indicibile.

Probabilmente una ragazzina di 13 anni non sarebbe pronta per un discorso del genere. Tenterebbe di sbarazzarsi di quel fardello, cercherebbe di dimenticare le mie parole, si sforzerebbe di dimenticare l’intuizione dell’indicibile, e cercherebbe di adeguarsi al modus operandi del gregge umano. Cercherebbe di riempirsi la bocca di vocaboli inutili, di falso sapere, di pettegolezzi.

Poi magari, una volta che venisse accolta, accettata, ammirata dalle altre ragazzine, una volta che il suo ego smettesse di rompere i coglioni, una volta che il disagio sociale venisse disfatto, potrebbe dedicarsi seriamente a quel mistero e lasciarsi tranquillamente sverginare dall’indicibile.
(ZeRo)

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