LA TUA STORIA PERSONALE (cioè la tua vita) È SOLO UNA STORIA


 

Ciò che sei non ha niente a che fare con ciò che credi di essere.

Se la comprendi davvero, questa è una notizia che puoi cambiarti la vita.

In un certo senso, più che cambiarti la vita questa realizzazione dà il colpo di grazia alla tua vita, è l’atto che fa calare il tuo sipario, il sipario del tuo personaggio, il sipario della tua vita, anzi della vita che credi – o hai creduto – di vivere.

La tua storia personale, che tu ne sia cosciente o meno, è fondata sulle impressioni della mente, su credenze biologiche, sociali, spirituali, consce, inconsce.

Cosa rimane di una storia se si rimuovono le credenze che ne sostengono il copione?

Rimane un racconto privo di importanza, cioè non rimane niente di ché.

Questo è stata la tua vita: un racconto privo della benché minima importanza.

 

Di nuovo, questa è un’ottima notizia, se sai coglierla con lo spirito giusto, con la mente lucida, aperta, disincantata, cioè libera da qualsiasi credenza-giudizio-pensiero-aspettativa.-impressione-fantasia-desiderio.

Per caso si trova in queste condizioni la tua mente?

Mhm… per saperlo basta che osservi la tua reazione a questa affermazione:

Ciò che credi essere la tua vita non vale niente!

La tua storia personale vale zero!

 

Come ha reagito la tua mente?

Ha fatto la permalosa, vero?

Tranquilla sei in buona compagnia: non sei l’unica a credere nella preziosità della propria storia personale.

Sarebbe a dire che non sei l’unica a credere che ciò che sei coincide con ciò che credi di essere.

E probabilmente non sai neppure che ciò che credi essere la tua vita è soltanto una storiella.

Amen.

Forse lo realizzerai o forse no. Ad ogni modo quel che credi non ha assolutamente importanza.

Quel che conta davvero, l’essenza, non dipende da nessuna credenza, da nessuna storia personale-familiare-collettiva, pertanto è fuori dalla tua portata, fuori dalla portata della tua mente che crede a certe storie piuttosto che ad altre e non si accorge che una storia è sempre solo e soltanto una storia. Anche quando si tratta della storia di Alice nel paese delle meraviglie, della storia di Gesù, della storia di Atlantide, della storia di tua madre, della storia dell’umanità.

La tua vita è solo una storia, che tu ci creda o meno…

(ZeRo)

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L’EGO E’ SOLO UN ECO NEL VUOTO



 

L’ego risuona come un eco e questo “ecoooo” sembra un’entità longeva propria a causa del lungo “ecooooooooooooo”.

La tua attenzione viene semplicemente catturata da un ipnotico eco mentale: l’identificazione con quell’eco ipnotico fa sorgere il senso dell’io, l’impressione di essere imprigionati in un’entità immaginaria chiamata ego.

Le sbarre dell’ego sono delle semplici onde sonore!

 

Con questa nuova consapevolezza non devi più temere l’ego… L’ego è solamente un eco innocuo.

Ricorda:

L’ego non è niente…

L’ego non è nient’altro che un eco, un banale rumore, un’onda sonora nel VUOTO!

U. G. KRISHNAMURTI


(testi tratti da varie fonti)

‘Ho scoperto da me stesso e per me stesso che non c’è nessun Sé da realizzare. Di colpo tutto quello che avete investito nello stesso paniere si rivela inutile ed insensato: è un vero choc che cancella ogni concetto.’

Secondo lui, la continuità del pensiero ininterrotto crea ciò che noi chiamiamo ‘Io’. In lui questa continuità è stata spezzata. I pensieri si manifestano solo se necessari all’azione, come una reazione alle situazioni. Non si può per volontà personale o rigorosa disciplina, raggiungere lo stato naturale, perché è proprio il pensiero a creare il divario per il solo fatto di volere. Come per Nisargadatta i metodi ed i concetti sono inefficaci. Anche la ‘via negativa’ è una trappola dell’ego. Nessuno sforzo dunque, ma un rimettere in questione tutto il condizionamento mentale di un’identità fittizia e ‘spontaneamente, se siete fortunati’ ritroverete il vostro stato naturale.

‘I dottori dicono che le droghe danneggiano il cervello, ma anche la meditazione fatta seriamente danneggia il cervello: c’è gente che è impazzita per non poter fronteggiare quelle esperienze.’

‘Voi siete sempre in questo ‘stato naturale’. Ciò che impedisce di esprimerlo è proprio la vostra ricerca che è sempre nella direzione sbagliata. Il sacro, il santo e il profondo ne sono già una contaminazione’ . Voi non potrete mai ‘sapere’ o ‘conoscere’ questo stato, perché tutto ciò che conoscete o definite è già falso in partenza.’ (definire = separare)

L’INCONOSCIBILE è il nostro STATO NATURALE.

‘Il pensiero può creare qualunque esperienza desiderata da voi: beatitudine, estasi, dissoluzione nel nulla – che sono tutte esperienze’ – quindi definibili e che necessitano la conoscenza, cioè il pensiero, l’oggettivazione.

‘Io sono egoista’ – è un fatto. ‘Io voglio essere disinteressato ‘ – è una finzione.

Mette in ridicolo le frasi come ’il silenzio tra un pensiero e l’altro è la realtà’, perché è uno stato di assenza di pensiero indotto dal pensiero stesso! Se qualcuno esperimenta il silenzio dimostra che il pensiero è ancora attivo, il silenzio è un altro ‘pensiero’! Inoltre vi è l’impressione che ci siano due pensieri, ma in realtà c’è un solo movimento e ciò che crea la divisione è la definizione stessa che diamo del pensiero. Non si potrà mai sapere cos’è il pensiero ‘direttamente’ perché potete solo esperimentare il pensiero, attraverso ‘la conoscenza ‘ che ne avete e che è il bagaglio che vi hanno inculcato.

Alla domanda: ‘Cos’è il pensiero?’ La domanda si brucia da sola, perché non c’è che la risposta che già ‘sappiamo’. E al posto della domanda – che è materia – rimane solo l’energia, la manifestazione della vita. Il pensiero va solo usato per comunicare, non per definire o controllare i sensi. L’organismo è guidato dall’attività sensoriale ed è solo dopo la percezione che il pensiero interviene e crea l’entità illusoria ‘io’.

Prima di realizzare cos’è Dio o la realtà, devo capire la natura della mia struttura interna. E a quel punto capirete che non potrete mai esperimentare, catturare la verità, perché qualunque cosa facciate sarà solo una definizione dell’apparato mentale, non LA realtà. E se non si può esperimentare una cosa, non la si può nemmeno comunicare.

‘Prima di tutto c’è un assunto da parte vostra che ci sia una realtà, e poi che ci sia qualche cosa che voi potete fare per esperimentare questa realtà. Se non ci fosse la ‘conoscenza’, il sapere della realtà voi non potreste avere nessuna esperienza della realtà stessa.’

La stessa cosa vale per tutto, anche per quello che si chiama ‘coscienza’.

Quando manca il movimento del pensiero, tutte le domande circa la coscienza finiscono. Questo è ciò che intendo dicendo che le domande sono assenti

Ogni volta che un pensiero nasce, voi create un’ entità, un centro, e quel centro vi serve come riferimento per sperimentare le cose. Se non c’è il pensiero, non è possibile per voi sperimentare nulla, e non potete mettere in relazione nulla con la cosa inesistente che voi stessi siete. Ogni volta che nasce un pensiero, voi nascete con lui. Il pensiero per sua natura ha vita breve, e quando è passato è realmente finito. Questo è probabilmente ciò che la tradizione vuole significare con i termini morte e rinascita. E non che muoia e rinasca quell’entità non esistente che pensate di essere.

La fine della nascita e della morte è lo stato di cui parlano tutti quei saggi. Ma quello stato non può essere descritto nei termini di beatitudine, amore, compassione e tutti quei nonsensi ben noti, perché non può essere sperimentato.  Anche l’esperienza del mondo attorno a voi trae origine dallo stesso principio. Ci deve essere un punto ed è questo punto che crea lo spazio. Se questo punto non c’è, non c’è neanche lo spazio. Così tutte le vostre esperienze sono illusorie.

La parola Sanscrita “maya” non significa illusione nei termini in cui usate la parola inglese. “Maya” significa misurare. Voi non potete misurare nulla, a meno che abbiate un punto. Se manca il centro, non ci sarà circonferenza. Questa è semplice aritmetica. Questo punto non ha continuità. Nasce in risposta alla domanda di una data situazione, è la situazione che dà origine a questo punto. Il soggetto non esiste là. È l’oggetto che crea il soggetto. Quanto dico va contro l’intero pensiero filosofico indiano. Il soggetto viene e va in risposta alle cose che stanno succedendo là fuori. È l’oggetto che crea il soggetto, e non viceversa. Questo è un semplice fenomeno che può essere sperimentato. Per esempio: se non c’è oggetto là, non c’è nemmeno il soggetto qui. Ciò che crea il soggetto, è l’oggetto. C’è la luce; se non ci fosse, non avreste modo di vedere nulla. La luce illumina l’oggetto, ed il riflesso di quella luce attiva il nervo ottico che a sua volta attiva le cellule della memoria. Quando le cellule della memoria sono stimolate, entra in gioco tutta la conoscenza che avete dell’oggetto. È quel processo che sta avvenendo, che crea il soggetto. Ed il soggetto è solo la conoscenza che voi avete dell’oggetto.


Da “Mystique of enlightenment’’ (mistica dell’illuminazione) di U.G. Krishnamurti tratto dal suo sito:

Lo stato naturale

Che cosa t’impedisce di essere nello stato naturale? Non fai che allontanarti costantemente da te stesso. Vuoi essere felice ora e per sempre. Sei insoddisfatto dalle tue esperienze quotidiane e così ne desideri di nuove e diverse. Vuoi migliorarti, cambiarti. Cerchi qualcosa al di fuori per essere qualcosa di diverso da quello che sei ora. E’ proprio questo che ti porta via da te stesso.

La società ti ha messo davanti l’ideale dell’uomo perfetto. In qualunque cultura tu sia nato, ti hanno imbevuto di dottrine e tradizioni che t’insegnano come comportarti.

Ti hanno detto che mediante alcune pratiche potrai eventualmente ottenere uno stato raggiunto dai saggi, dai santi e salvatori dell’umanità. In tal modo cerchi di controllare la tua condotta, i tuoi pensieri per essere qualcuno di non naturale.

Tutti noi viviamo in una “sfera del pensiero ‘’. I tuoi pensieri non appartengono a te, ma a tutti. Ci sono solo pensieri, ma tu crei un contro-pensiero, il pensatore, col quale leggi ogni pensiero. Il tuo sforzo di controllare la vita ha creato un movimento secondario di pensiero all’interno di te e che chiami “IO”. Questo movimento di pensiero all’interno è parallelo al movimento della vita, ma ne siamo isolati ed esso non potrà mai toccare la vita. Tu sei una creatura vivente, eppure passi tutta la vita all’interno di questo movimento parallelo e isolato del pensiero. Ti tagli fuori dalla vita e questo non è naturale.

Lo stato naturale non è uno “stato senza pensieri” – questo è una burla che dura da millenni fatta ai poveri Indù. Non sarai mai senza pensieri finché il corpo non sarà un cadavere. Pensare è necessario per sopravvivere. Ma in quello stato il pensiero smette di soffocarti e cade nel suo ritmo naturale. Non c’è più un “io “ che legge i pensieri credendo siano i suoi!

Hai mai osservato questo movimento parallelo del pensiero? I libri di grammatica ti diranno che “io “ è il pronome della prima persona al singolare, il soggetto; ma non è questo che vuoi sapere. Puoi osservare quella cosa che chiami “io”? E’ molto difficile da afferrare. Guardalo adesso, sentilo, toccalo e dimmi. Come lo guardi? E cos’è quella cosa che sta guardando quello che tu chiami “io”?

Questo è il nocciolo del problema: quello che sta guardando ciò che chiami “io” è…l’ “io”! Sta creando un’illusoria divisione di se stesso in soggetto e oggetto e riesce a continuare grazie a questa divisione. Quello che gli interessa è continuare ad esistere. Finché vorrai capire questo “io” o cambiarlo in qualcosa di spirituale, santo magnifico, quell’ “io” continuerà. Se invece non gli farai niente di tutto questo, se ne andrà.

Che strumento hai a disposizione per capire un’asserzione così illogica, senza senso, irrazionale come questa? Cominci dunque a pensare. Ma con il pensiero non capirai mai. Stai traducendo quello che dico dal punto di vista di quello che già conosci, come traduci qualunque altra cosa, perché vuoi cavarne qualcosa. Quando smetti di fare questo, ciò che rimane è quello che sto descrivendo. L’assenza di quello che stai facendo, cioè lo sforzo di capire o di cambiare te stesso – è lo stato che descrivo.

Qualunque conoscenza tu abbia sull’aldilà è esattamente quello che sperimenterai. La conoscenza crea l’esperienza e l’esperienza rafforza la conoscenza.

Ogni volta che un pensiero nasce, tu nasci. Quando il pensiero sparisce, sparisci anche tu. Ma l’ “io” non lascia andare il pensiero e ciò che dà continuità a questo “io”, è il pensiero. In realtà non c’è nessun’entità permanente in te, nessuna totalità di pensieri ed esperienze. Pensi che ci sia qualcuno che pensa i tuoi pensieri, qualcuno che prova i tuoi sentimenti – ecco l’illusione. Posso dire che è un’illusione, ma tu non puoi dire altrettanto.

C’è una sensazione in te e poi affermi che sei depresso o infelice, gioioso, bramoso, invidioso. Quest’etichetta crea l’entità fittizia che sta traducendo la sensazione. Quello che nomini “io” non è altro che la parola “borsetta rossa”, “panchina”,” lampadina”, “arrabbiato”, “felice”, ecc. Stai mettendo le cellule cerebrali a dura prova in un’attività inutile e continua, tale da distruggere l’energia che è a disposizione. Quest’attività ti esaurisce.

Questo modo di etichettare è necessario se devi comunicare con qualcuno o con te stesso. Tuttavia tu comunichi con te stesso tutto il tempo. Perché mai? La sola differenza tra te e la persona che parla da sola ad alta voce è che non parli a voce alta. Non appena cominci a parlare a voce alta, ecco che arriva lo psichiatra. Il fatto che sei in uno stato estatico o in un incredibile silenzio, significa che ne sei cosciente. Devi conoscere un oggetto per poterlo sperimentare. Questa conoscenza non è nulla di meraviglioso o di metafisico: “panchina”,” borsetta rossa” è la conoscenza che è stata introdotta in te da qualcun altro, che a sua volta l’ ha saputo da un altro. Non è la tua conoscenza.

Puoi forse sperimentare una cosa tanto semplice come la panchina davanti a te? No, tu sperimenti solo la conoscenza che hai dell’oggetto.

Tu pensi i pensieri della società, provi i sentimenti della società e sperimenti le esperienze della società. Non esiste un’esperienza nuova.

Dunque tutto quello che un uomo ha pensato o provato deve uscire dal tuo sistema. Tuttavia tu sei il prodotto di quella conoscenza – è tutto quello che sei. Cos’è il pensiero? Tu non lo sai affatto; tutto quello che sai è quello che ti hanno raccontato. Che cosa ne puoi fare? Controllarlo, plasmarlo, frenarlo? Stai cercando tutto il tempo di farne qualcosa, perché qualcuno ti ha detto che devi cambiare questo o quello, mantenere i pensieri buoni ed eliminare quelli cattivi. I pensieri sono pensieri; non sono né buoni né cattivi. Finché vorrai fare qualcosa con quel materiale, stai pensando. Volere e pensare non sono cose differenti. Voler capire significa che c’è un movimento di pensiero: stai aggiungendo slancio a quel movimento e gli dai continuità.

I sensi funzionano in modo innaturale in te perché li usi per ottenere qualcosa. Perché ottenere qualcosa? Soltanto perché vuoi dar continuità al tuo “io”. Tu proteggi quella continuità. Il pensiero è un meccanismo di protezione: protegge l’ “io” a spese di qualcosa o di qualcun altro. Qualunque cosa nasca dal pensiero è distruttiva: alla fine distruggerà te e la tua specie.

E’ il meccanismo ripetitivo del pensiero che ti sfinisce.

Se tu potessi restare non fosse che un secondo, in uno stato di consapevolezza, una volta nella vita, la continuità sarebbe sradicata, l’illusione della struttura pensante, l’ “io crollerebbe e tutto cadrebbe nel proprio ritmo naturale. In quello stato non sai che cosa stai osservando – questa è consapevolezza. Se riconosci quello che osservi, ecco di nuovo che sperimenti quello che sai.

Questo stato non t’interessa: tu sei solo interessato alla continuità. Vuoi continuare, forse a un livello diverso e funzionare in altre dimensioni, ma devi pur continuare in qualche modo. Non lo prenderesti nemmeno con una pertica. Questo liquiderebbe quello che chiami “io” tutto quanto, il superiore, l’inferiore, l’anima, l’atman, il conscio e il subconscio, tutto quanto. Arrivi a un certo punto e dici: “Ho bisogno di tempo” ed ecco la sadhana (pratica religiosa) e poi dici anche “Domani capirò “. La struttura è nata dal tempo e funziona nel tempo, ma non finisce per mezzo del tempo. Se non capisci ora, non capirai domani. Cosa c’è da capire? Non puoi capire quello che sto dicendo. E’ un esercizio futile da parte tua, paragonare il mio modo di funzionare con il tuo. Non posso comunicarlo, non è necessario e tanto meno un dialogo. Quando l’“io” non c’è, quando la domanda non c’è, quello che rimane è la comprensione. Sei finito. Te ne vai. Non andrai più da nessuno che descriva il suo stato o a far domande sulla comprensione.

Quello che cerchi non esiste. Ti piacerebbe calpestare un suolo incantato con visioni beatifiche di una trasformazione di un ego inesistente, verso uno stato evocato da frasi che ti affascinano. Questo invece ti porta lontano dal tuo stato naturale – è un movimento che ti allontana da te stesso. Essere se stesso richiede grande intelligenza. Tu sei “benedetto” da questa intelligenza: nessuno può dartela e nessuno te la può togliere. Colui che le permette di esprimersi è un uomo naturale.

Domanda: Questo stato lei lo chiama “calamità”?

U.G.: Vedi, la gente crede che la cosiddetta “illuminazione” o realizzazione o come vuoi chiamarla, (non mi piacciono quelle parole) sia qualcosa di estatico, che ti renda per sempre felice, uno stato di beatitudine tutto il tempo – ecco cosa s’immagina la gente. Quando però una cosa del genere capita a qualcuno, egli realizza che non c’è alcuna base per una simile cosa. Quindi dal punto di vista dell’uomo che si aspetta una felicità perenne, una beatitudine eterna o quello che vuoi di permanente, è una calamità. Perché egli prevede un certo avvenimento, mentre quello che gli succede non ha niente a che fare con esso. Non c’è alcuna relazione tra quello che immagina e la situazione che c’è. Quindi dal punto di vista dell’uomo che si aspetta qualcosa di permanente, è una calamità – è in quel senso che io uso quella parola. Ecco perché dico spesso che se io potessi darti solo una vaga idea di cosa si tratta, non lo toccheresti neanche con una pertica di 4 metri. Fuggiresti da questo stato perché non è quello che vuoi. Quello che vuoi non esiste, lo vedi.

Allora la domanda seguente è: ”Allora perché tutti quei saggi parlano di “beatitudine perenne”, di “vita eterna” ecc. ecc. ? Non sono interessato a tutto questo. Ma l’immagine che hai di quello, non ha alcuna relazione con quello di cui sto parlando, lo stato naturale. Quindi la domanda se qualcuno è illuminato o meno, non m’interessa perché non esiste affatto l’illuminazione.

COLLISIONE CON IL RISVEGLIO


Suzanne Segal, nel suo libro ‘Collisione con l’infinito’, ha descritto l’accadimento del suo Risveglio.

In pochissime parole si è trattata di una vera e propria ‘collisione con il vuoto’ le cui profonde ripercussioni sono durate per circa 14 anni. Non parliamo di una persona qualunque ma di una donna che praticava da anni la meditazione trascendentale di Maharishi Mahesh. Nonostante le sue esperienze da praticante l’impatto con l’Assoluto è stato talmente devastante da spingerla a rivolgersi a diversi psicoterapeuti, oltre che ovviamente a vari Maestri Spirituali.

Sebbene sapesse che il Risveglio non sarebbe stato una passeggiata, non si aspettava quel che è accaduto. Un totale annientamento del senso dell’io, un’implosione del suo sistema cognitivo e un’esplosione del suo abituale sistema percettivo… il tutto accompagnato da un crollo totale dei suoi punti di riferimento psicologici, emotivi, sensoriali, sociali.

Pur conoscendo la testimonianza di saggi come Ramana Maharshi si accorse che è impossibile cogliere la portata di quell’evento per via ‘intellettuale, letteraria, psicologica’: per comprendere ‘Quello’ occorre ‘subire’ l’impatto con ‘Quello’.

Forse alcuni di voi hanno avuto un assaggio di quell’impatto; magari si è trattato di un momento di lieve disorientamento oppure una brusca interruzione della percezione abituale; un brivido lungo la schiena, vertigini, il cervello che inizia ad attivarsi in maniera anomala producendo una specie di misterioso ronzio, un inquietante senso di vuoto o di perdita della propria identità. E in quel frangente potreste esservi resi conto che se aveste mantenuto a lungo il focus dell’attenzione su quell’anomalo processo interiore avreste potuto letteralmente perdere la cognizione di voi stessi, degli altri, del mondo. In quell’istante il senso dell’io – che solitamente pilota letteralmente ogni dettaglio della vostra vita – stava per dissolversi e proprio per evitare quel cataclisma interiore, il cervello stesso – in reazione alla paura indotta dal senso dell’io – produce tutta una serie di meccanismi di difesa che spostano l’attenzione lontano da quel processo.

Nel caso di Suzanne l’attenzione non si spostò ma rimase focalizzata sul cataclisma interiore; volle sperimentare la propria morte in vita o meglio la morte dell’io in piena consapevolezza.

Quel tipo di collisione è sempre devastante. Diffidate da chi vi parla di esperienza mistica, di estasi, di beatitudine e amore cosmico.

La dissoluzione del senso dell’io è logico che produca una paura fottuta perché si tratta della dissoluzione di una parte (seppur fittizia) di se stessi; si tratta della morte di ciò che si crede di essere… e posso dirvi tranquillamente che non è piacevole.

Quel che forse possiamo definire bizzarro e curioso (ma non di certo estatico e neppure piacevole) sono gli effetti della collisione interiore.

Per Suzanne gli effetti furono pesantissimi; vuoi perché non se lo aspettava nonostante fosse una ricercatrice spirituale; vuoi perché l’impatto ha avuto pesanti e inspiegabili ripercussioni neurologiche o vuoi perché non era pronta, sta comunque di fatto che sono serviti parecchi anni per riassestarsi bene a livello psicofisico.

Quel che posso dirvi è che gli effetti non devono essere così traumatici come sono stati per Suzanne. Tuttavia non possono essere neppure così entusiasmanti come alcuni individui pseudo-realizzati raccontano.

Nel caso del mio apparato psicofisico gli effetti iniziali della collisione sono stati ovviamente alquanto inquietanti, ma a differenza dell’apparato di Suzanne questa macchina biologica ha retto bene l’impatto, si è riassestata abbastanza velocemente – e si sta tuttora riassestando. Forse questo diverso riassestamento è dovuto al fatto che avevo già preso consapevolezza di cosa poteva trattarsi: di una morte in vita. Al contempo avevo già preso consapevolezza della mia autentica identità e soprattutto mi trovavo in un discreto stato di pace interiore; questi due ultimi elementi credo siano quelli che fanno davvero la differenza nel momento in cui si verifica la collisione.

La collisione è inevitabile.

Gli sgradevoli o comunque bizzarri effetti collaterali iniziali sono altrettanto inevitabili.

Il riassestamento invece è neutrale: può essere lieve o poderoso, breve o lungo; richiedere qualche anno o parecchi anni – tenete conto che si tratta del riassestamento del sistema cognitivo e nervoso quindi è naturale che servano minimo un paio di anni di riassestamento); il riassestamento varia anche a seconda del contesto familiare e socioculturale, a seconda del vostro grado di identificazione, dell’intensità della vostra paura, del vostro livello di consapevolezza e così via.

Se posso darvi un consiglio cercate già da ora di coltivare quanta più pace interiore possibile perché quando arriverà la collisione, e state certi che arriverà anche per voi, la pace interiore e la pura consapevolezza attutiranno ottimamente gli effetti collaterali.

Comunque vi ho raccontato la storia di Suzanne per darvi un’idea di cosa può comportare il vero, brusco, diretto, autentico Risveglio.

STRAPPAGLI IL CUORE


Appena arriva il ridicolo personaggio, il bullo chiamato io, arrivano anche i suoi goffi scagnozzi: menzogna, finzione, frivole storie personali, non autenticità, false associazioni mentali, pensieri ossessivi, tossici dialoghi interni, presunzione, imbarazzo, arroganza, vergogna, tristezza, vittimismo, senso di colpa, pesantezza, stress, inquietudine, instabilità, frenesia, apprensione.

Di solito tu riconosci gli scagnozzi ma non il mandante.
Non ti accorgi che appena fai entrare l’io, cioè l’impostore, automaticamente entrano anche i suoi scagnozzi. Di solito ti insegnano – se te la insegnano – la via più lunga, quella più socialmente tollerabile e SPIRITUALMENTE ACCETTABILE, quella del negoziare con i suoi scagnozzi (aspettativa, ansia, stress, scontentezza, sbalzi d’umore).
La via rapida, quella più efficace ma più tosta, consiste nell’affrontare a muso duro il Boss.
Questa via diretta è quella che la gente comune evita poiché è totalmente identificata con l’impostore interiore; difende l’impostore e scende a trattative con i suoi complici.

Quelli che hanno davvero affrontato l’impostore interiore sono pochi.
Pochi hanno il coraggio di mettere in discussione una vita completamente centrata sul loro ego; e se lo fanno, mettono in discussione soltanto alcune parti di loro stessi, quelle meno ingombranti, quelle meno visibili; affrontano gli scagnozzi interiori, e non il mandante, il loro senso dell’io.

 

Pochi hanno le palle di strappare il cuore della loro identità abituale.

Amore, compassione, fratellanza, umanità… tutte puttanate per evitare di strappare una volta per tutte il cuore del vostro ridicolo personaggio!

(ZeRo)

SMETTILA DI RACCONTARE LA TUA STORIA PERSONALE


Recentemente, mi è stato chiesto ancora una volta di condividere la mia storia … e ancora una volta ho declinato l’invito.

Buone ragioni: vedi, è proprio questa costante creazione e mantenimento, narrazione e ri-narrazione, lucidatura e levigatura della storia personale che mantiene vivo il senso dell’io.

L’ego si mantiene vivo con la storia personale che ci raccontiamo o che raccontiamo agli altri.

Parlare costantemente di sé, delle proprie esperienze e delle difficoltà che hai avuto, del percorso che ha seguito, le ferite che hai subito  e così via, non fa altro che rafforzare il senso dell’io.

L’invito qui è proprio quello di smettere di raccontare la tua storia personale.

Non importa chi sei, cosa hai fatto, quanto hai sofferto, quali imprese hai compiuto, quanto sei premuroso, quanto sei altruista, quanto sei speciale, quanto sei spirituale.

Tutta quella roba è la merda dell’ego!

Tutta quella roba è il carburante della tua vanitosa storia personale. Sì, anche il capitolo ‘esperienze spirituali’ fa parte della vanitosa storia dell’ego.

Quando il senso dell’io scompare, allora questa storia intensamente emozionante e profondamente amata, questa finzione che ci rende chi pensiamo di essere, viene davvero vista come un racconto molto superficiale e mal raccontato, ed è abbandonato senza titubanza.

Quando il senso dell’io svanisce, la storia si interrompe, finisce e al contempo si realizza che non è mai cominciata.

A quel punto la storia personale comincia automaticamente a sgretolarsi nell’etere, nell’aria sottile da cui proveniva.

Questo è l’invito al Risveglio: lasciar sgretolare la tua storia personale; lasciar sfumare la tua avventura spirituale; lasciare cadere questo costante sostenimento della credenza in te stesso come un sé individuale separato.

E così facendo, lasciando sfumare la storia personale e la storia collettiva che ti interconnette agli altri ‘io’, ciò che sei veramente emergerà dall’oscurità in cui hai vissuto finora e brillerà in tutto il suo splendore.

(David Carse – Perfect, Brilliant, Stillness)

LA DROGA DELL’IO


Maya / Ego = ‘IO SONO’ = senso dell’io, impressione di fare qualcosa di speciale, mania di protagonismo, ansia da prestazione

Il brivido di essere qualcuno, da qualche parte, in qualche momento speciale e in qualche modo riconosciuto da qualcun altro è la droga da cui devi disintossicarti.
Questa droga è il senso dell’io, la sensazione di “Io sono questo” o il desiderio “Io sarò Quello”.
Questa droga coincide anche ciò che in inglese definiscono ‘doership’, il sentirsi l’attore protagonista, quell’impressione contraddistinta dalla convinzione “io ho fatto questo” o “io farò Quello”.

Questo sottilissimo brivido sorge dalla parte più profonda del tuo Essere.
Cattura questo sottilissimo brivido durante l’intero arco della giornata.

Tutto il lavoro spirituale consiste soltanto nel notare l’emergere di questa impressione, osservarla con lucidità e un briciolo di distacco, disincanto, spensieratezza.

Limitati a fare soltanto questo.
Questo è davvero tutto quello che ti serve!

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