MIGLIORI DIALOGHI, Citazioni, Aforismi del film MATRIX

E’ lo scopo ad averci creati. Lo scopo che ci connette. Lo scopo che ci motiva, che ci guida, ci spinge. E’ lo scopo che ci stabilisce. Lo scopo che ci vincola.
– Agente Smith
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Agente Smith: “Perchè signor Anderson, perchè, perchè persiste!”
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il Libro della Spensieratezza…

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Collezione articoli / libri su Georges Ivanovic GURDJIEFF

 

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Rupert Spira – frasi, aforismi, riflessioni sulla Non dualità – Advaita Vedanta

“La prima cosa che sappiamo con assoluta certezza è che esistiamo. […] Il senso di essere è la nostra esperienza più intima, diretta e familiare. […] In altre parole, essere presenti è una qualità intrinseca al nostro sé. […]

Il nostro essere, il nostro essere presenti, è evidente in questo preciso istante. […]

meditazione, yoga, meditation, mindfulness, zen, buddhismo, benessere, salute

Se qualcuno ci chiedesse: «Sei presente?», forse ci prenderemmo un attimo di tempo e poi risponderemmo: «Sì». In questa pausa entriamo in contatto con l’esperienza più intima e più diretta di noi stessi, ed è da questa esperienza che proviene la certezza della nostra risposta. […]

È la nostra esperienza più intima e diretta il fatto che ‘io’ sono non solo presente, ma anche consapevole. Per questo motivo il nostro sé è anche definito consapevolezza, ovvero presenza consapevole. […]

Dimenticare il fatto che siamo è ciò che sta dietro a tutti i nostri pensieri, sensazioni, azioni e relazioni […]. Ma cos’è che dimentica il semplice fatto di essere, che dimentica la consapevolezza consapevole di se stessa? Ovviamente non è il nostro essere, perché questa conoscenza non è qualcosa che facciamo: è ciò che siamo.

È il pensiero che oscura apparentemente questa semplice conoscenza e ci fa credere che il nostro essere sia qualcosa di diverso dalla presenza consapevole. […]

La prima caratteristica che attribuiamo al sé, al semplice sapere di essere, è l’idea che il nostro essere risieda nel corpo-mente, sia costituito dal corpo-mente e limitato al corpo-mente. Lo consideriamo interno al nostro corpo-mente, mentre tutto il resto è all’esterno. Questa è la credenza di fondo responsabile del presupposto alla base di tutta la nostra cultura: la divisione dell’esperienza in due parti. Da una parte un soggetto interno, separato, il sé che percepisce e conosce, e dall’altra un oggetto esterno, anch’esso separato, che viene percepito e conosciuto. […]

Il nostro sé essenziale è la presenza consapevole sempre presente che conosce pensieri, sensazioni, immagini, ricordi, emozioni e percezioni, ma che non è niente di tutto questo. Perciò è definibile come ‘vuoto’, […] ma in realtà piena di presenza e consapevolezza. […]

Lo spazio non oppone nessuna resistenza agli oggetti che contiene o alle attività che vi si svolgono, perché in esso non c’è alcun meccanismo di resistenza o di rifiuto. […]

Il sé […] è un vuoto e aperto ‘sì’ a tutto ciò che si manifesta. […] Il sé è quindi intrinsecamente pace, una pace che non dipende da nulla di ciò che si manifesta. Assiste a qualunque agitazione, […] e questa assenza di resistenza o di agitazione è l’esperienza della pace. […] Se riconosciamo la vera pace che è il sé, presente in tutte le situazioni, allora il corpo, la mente e il mondo ne saranno profondamente influenzati e sempre più permeati, iniziando così a risplendere della pace della nostra vera natura”.

[ Da: Rupert Spira, La presenza consapevole ]

Quando la Coscienza Infinita si contrae per diventare ciascuna delle nostre menti, perde la conoscenza di essere quell’Infinito; sacrifica la conoscenza del suo stesso essere, la pace e la felicità intrinseche di questo stato per poter creare.

In altre parole, rinuncia alla propria libertà e consente a se stessa di diventare limitata. E, anche se lascia una traccia di se stessa in ciascuna delle menti finite, sotto forma di desiderio di felicità e di libertà, quella felicità e libertà vengono filtrate attraverso i limiti di ciascuna mente limitata.

[…] Quando noi cerchiamo qualcosa, andiamo fuori dal nostro Essere, cioè, andiamo “da” noi stessi “verso” gli oggetti della nostra ricerca. Ma ciò che cerchiamo veramente è il nostro Sé. Tutto ciò che possiamo trovare fuori di noi è un oggetto di esperienza, ma un oggetto di esperienza non potrà mai soddisfarci. L’unico posto in cui possiamo trovare soddisfazione è nel nostro essere. […]

Accesso diretto a Dio – Rupert Spira

Quando la nostra attenzione viene portata alla conoscenza del nostro proprio Essere – che ciascuno di noi sa essere l’esperienza di “Io Sono” – cominciamo ad andare verso il nostro proprio Essere. Quando sentiamo parlare del nostro Essere, cominciamo già ad andare lì. A qualche punto della nostra strada, arriviamo lì. In realtà, non è che veramente arriviamo lì, o andiamo lì, questa è solo una metafora. In altre parole, quando sentiamo parlare del nostro Sé, è come se il conoscere il proprio Essere risplendesse e noi venissimo portati lì; qualcosa nelle parole, in una frase, ci porta lì. Allora, quando andiamo lì, per così dire, noi tocchiamo la nostra vera natura, noi ci conosciamo veramente per come siamo. In quel momento senza tempo, perché l’attività della mente è assente, compare un rilassamento del corpo e della mente, magari non completo, ma alcune delle contrazioni, che sono il sé separato, si rilassano e accade uno sbrigliamento della tensione derivante dalla separazione. Quello sbrigliamento, quel rilassamento del corpo può essere espresso in vari modi: lacrime, risate, pelle d’oca, tremiti, sensazioni di malessere o sensazioni di piacere, come un’onda dolce che si diffonde nel corpo, o anche come se qualcosa in noi si spezzasse. Può sembrare di essere stati scossi da un terremoto e in questo caso è spiacevole. La forza della nostra conoscenza di “Io Sono”, che tutti noi conosciamo, non è la conoscenza di qualcosa, non è qualcosa che la mente conosce, bensì è una sorta di “buco” nella mente, è un accesso diretto a Dio. Ora, è questa un’esperienza straordinaria? È qualcosa a cui io ho un accesso speciale e tu non hai accesso? È qualcosa che richiede un tuo interesse alla non-dualità affinché tu possa accedervi? È ciò che ciascuno di noi essenzialmente è. Fonte: http://www.non-dualita.it/autori/ La naturale trasparenza e apertura del corpo. “Abbiamo idee e immagini del corpo, ma ovviamente il corpo non è un’idea né un’immagine e la nostra reale esperienza del corpo non corrisponde alle immagini che ne abbiamo. […] Quando si vede che non esistono un corpo o un mondo, come vengono normalmente concepiti, questo punto di vista immaginario svanisce e si instaura di nuovo l’unità dell’esperienza, si instaura di nuovo l’amore. Ciò non significa che l’esperienza non sia reale. L’esperienza è assolutamente reale […]. Ciò che viene negato è l’interpretazione che il pensiero sovrappone all’esperienza […]. Il corpo, come un oggetto separato e indipendente, è un concetto che non trova riscontro nella reale esperienza […] Con gli occhi chiusi, l’unica conoscenza che abbiamo del corpo è una sensazione fisica. Anzi, se non facciamo riferimento al pensiero o alla memoria, non abbiamo nemmeno la percezione di un ‘corpo’. Abbiamo solo una sensazione, a cui il pensiero applica l’etichetta ‘corpo’. […] Ma nemmeno questo è esatto: senza il pensiero non potremmo nemmeno definire la nostra esperienza una ‘sensazione’: è pura, intima esperienza priva di nome. […] Seduti sulla vostra sedia, fate la reale esperienza del corpo. […] Entrate in questa sensazione. […] L’esperienza diretta ci fa vedere chiaramente che non esistono né il corpo né la sedia. Nell’esperienza diretta c’è solo una sensazione. Corpo e sedia sono concetti astratti che il pensiero sovrappone all’esperienza. […] Il pensiero non può andare al cuore dell’esperienza e ‘conoscerla’, come se fosse un oggetto esterno, perché l’esperienza è troppo intima […]. Solo l’io immaginario può farlo, ma esclusivamente nella sua immaginazione! In realtà c’è semplicemente un puro e intimo sperimentare che non ha nome, fatto del suo stesso sperimentare, ovvero del sé, la presenza consapevole. […] Entrate direttamente nella sensazione in questo preciso momento. Questa sensazione potrebbe essere simile a una piccola Via Lattea: un ammasso di puntini che fluttuano nello spazio vuoto. Infatti è essenzialmente spazio vuoto. […] Lo spazio vuoto del nostro essere […] ama tutto ciò che tocca. È questo l’unico modo in cui può conoscere qualcosa, amandola […]. Il corpo è come un deposito in cui sono immagazzinati tutti i rifiuti, le ferite, le paure, i fallimenti e le amarezze, che rimangono anche dopo che il pensiero li ha dimenticati. Si sono stratificati nel corpo, colonizzandolo a tal punto che, per molti di noi, il corpo è diventato una rigida rete di tensioni e contratture. Queste impediscono di vedere la naturale trasparenza e apertura del corpo, creando l’impressione che in esso risieda un io separato. […] Ritorniamo alla sensazione e notiamo che, ogni volta che esercitiamo la pura contemplazione, la sensazione si libera da un altro strato di credenze che le sono state sovrapposte. La sua densità, compattezza, la storia e il senso dell’io si dissolvono e iniziamo a sperimentarla nella sua forma pura, nuda. Diventa vuota, aperta, trasparente e luminosa e inizia ad assumere le qualità dello spazio consapevole del nostro essere, in cui la sensazione appare. Entrate sempre più a fondo nella reale esperienza del corpo. Non vogliamo cambiare niente, ma vederla nella sua realtà, spogliando la nostra visione dagli strati di credenze. Notiamo che più che una sensazione è un sentire“.

Tratto da:”La presenza consapevole”, di Rupert Spira Fonte del Post: http://www.lameditazionecomevia.it/spira3.htm

Il non-dualismo spiegato per bene La sensazione del vento sul volto è un’unica sensazione, ma il pensiero la concettualizza, frammentandola in due apparenti oggetti: il vento e il volto. In realtà, la sensazione è una sola e potremmo chiamarla ‘ventovolto’. La divisione di ‘ventovolto’ in vento e volto è una divisione concettuale che sembra dividere l’esperienza in due: volto (io) e vento (non io). Il risultato è che la ‘persona’ e il ‘mondo’ sembrano diventare due entità distinte e indipendenti. Per cui diciamo: “Conosco questo e quello “, “sento il vento”, “ti amo” e “vedo l’albero”. Ad esempio, nella visione di un albero non c’è vedente né visto. Non c’è un ‘io’ interno che vede, né un ‘albero’ che è visto. ‘Io’ e ‘albero’ sono concetti che il pensiero sovrappone alla realtà dell’esperienza, che in questo caso potremmo definire il ‘vedere’. La consapevolezza e la realtà dell’albero non sono due esperienze separate: sono una sola. lo’ e ‘albero’ sono un’unica esperienza, esattamente come il vento e il volto. Non ci sono mai un soggetto e un oggetto dell’esperienza, c’è sempre e soltanto un intimo sperimentare indiviso. Oppure potremmo dire che l’apparente ‘io’ e l’apparente albero condividono la stessa realtà, sono la stessa realtà. È solo un concetto, un’idea, che apparentemente li divide. La separazione è un’illusione e non fa mai parte della reale esperienza. Ciò significa che io non vedo un albero, ma che, nell’esperienza del vedere, io sono l’albero, sono la sua realtà. L’unica sostanza presente nell’esperienza dell’albero è il vedere e il vedere, o più genericamente lo sperimentare, è consapevolezza, il nostro sé. La consapevolezza che è il vedere e la realtà di ciò che è visto non sono due cose separate: sono una sola, identica cosa. Potremmo dire: “Sto alberando”, o “Io, la consapevolezza, sto alberando”. L’essere dell’io e quello dell’albero sono lo stesso essere. L’essere del sé è l’essere delle cose. La mente, il corpo e il mondo apparenti sono l’io che si incorpora/mentalizza/mondifica. Tutte le grandi religioni si fondano su questa comprensione. Ad esempio, nel cristianesimo l’affermazione: “Io e il padre siamo uno” significa che ‘io’, la consapevolezza che vede queste parole o sperimenta qualunque cosa stia sperimentando in questo momento, è una cosa sola con la realtà dell’universo. I sufi dicono: “C’è un unico Dio”. Gli induisti: “L’atman è il brahman, la realtà ultima dell’universo”. I buddhisti: “Il nirvana e il samsara sono uno”. Non è un’esperienza straordinaria, che solo pochi saggi illuminati sono in grado di fare: è l’esperienza intima, diretta e immediata di ciascuno di noi, anche se possiamo non notarla. L’unità dell’io e del mondo è un’esperienza familiare a tutti. La chiamiamo bellezza. Quando siamo colpiti dalla bellezza di un oggetto o di un paesaggio, tutto ciò che ci tiene a distanza o separati dall’oggetto si dissolve e in quel momento senza tempo (senza tempo perché la mente non è presente) comprendiamo la nostra identità con l’apparente oggetto. L’esperienza della bellezza è la dissoluzione dell’apparente ‘oggettualità’ dell’oggetto della ‘soggettività’ del sé, dissoluzione che lascia soltanto l’intimità indivisa dell’esperienza. Naturalmente, quando la mente ricompare ricrea l’io separato e l’oggetto esterno e, di conseguenza, pensiamo e sentiamo ‘io vedo il paesaggio’. Il pensiero attribuisce la bellezza al paesaggio e in quel momento la bellezza è ridotta; dalla rivelazione dell’eterna natura che pervade tutte le cose apparenti a una qualità relativa, attribuita a determinati oggetti e non ad altri. In quel momento vengono creati il tempo e la distanza (o l’alterità), che è un’altra definizione per lo spazio e la vera esperienza della bellezza è di nuovo velata. Sperimentare questa dissoluzione della divisione tra un ‘io’ e un apparente ‘altro’ è l’esperienza dell’amore. Felicità, pace, gioia e intelligenza sono tutti nomi di questo riconoscimento diretto dell’intimità indivisa dell’esperienza. O meglio, tutti i nomi relativi alla mente, al corpo e al mondo si riferiscono, in ultimo, a quest’unica realtà. Per questo motivo amore, felicità e pace sono considerati assoluti, incondizionati. Non dipendono da niente, sono intessuti nella trama stessa dell’esperienza. La sofferenza è sempre dimenticare o ignorare questa semplice esperienza originaria e la felicità è semplicemente lo svelamento di questa ignoranza. Non è una nuova esperienza e non è intermittente. Non può essere data né ripresa. Sembra solo dimenticata o ricordata, ma è come una chiave nascosta sotto un foglio di carta: sembra perduta, ma è sempre stata lì. Solo la mente pensa che pace, amore e felicità siano perduti e ritrovati. La presenza non perde mai se stessa.

Tratto da:“La presenza consapevole.

L’esperienza diretta della nostra vera natura“, di Rupert Spira.

Fonte del Post: http://zeninthecity.org/letture/autori-vari/rupertspira-non-dualismo/