Filosofeggiando su PESSIMISMO, NICHILISMO, VOLONTà… Schopenhauer, Nietzche, etc…


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Fonte http://www.culturaesvago.com

ARTHUR SCHOPENHAUER

Il mondo è soltanto una mia rappresentazione

 

La vita è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia

 

Vita

Arthur Schopenhauer nacque nel 1788 e morì nel 1860. Visse il declino dell’Illuminismo, del Romanticismo e dell’hegelismo, ma ad influenzare il suo pensiero furono anche le sue vicende biografiche, come il suicidio del padre e i dissapori con la madre, che era una scritttrice e lo appassionò alla lettura.

Studiò filosofia e si appassionò al pensiero di Platone e di Kant.

Riprese da Platone e fece sua la distinzione della realtà in due mondi: il mondo vero, detto Iperuranio (il mondo delle idee) e il mondo sensibile e dell’imperfezione (il mondo in cui viviamo).

Criticò e contestò l’hegelismo; organizzò delle lezioni nella stessa università in cui insegnava Hegel, ma la sua aula era irrimediabilmente vuota, mentre Hegel riscuoteva grandissimo successo. Lo definì un non filosofo, perché, per Schopenhauer, vero filosofo è colui che indaga la realtà elaborando un proprio pensiero, che va difeso anche a costo di risultare inattuali e contrari alla cultura dominante. Hegel invece era stato solo un servo del potere e la sua filosofia non era altro che un elogio delle istituzioni di potere.

Scrisse Il mondo come volontà e rappresentazione, che racchiude il suo pensiero. A differenza di Hegel, che scorgeva un risvolto positivo in tutto e secondo il quale il tragico poteva diventare comico, cioè positivo, il suo pensiero è pessimistico. Inoltre Schopenhauer contrappone alla ragione universale di Hegel un principio irrazionale, ma anch’esso infinito, la Volontà.

Viaggiò molto, anche in Italia.

Scrisse un’altra opera, Parerga e paralipomena (Parerga = appedice di un’opera; paralipomena = continuazione di un’opera precedente), un’opera dallo stile brillante e caustico. Quest’opera ebbe molto successo e, grazie ad essa, anche la sua opera precedente fu letta e rivalutata, ma soltanto negli ultimi anni di vita del filosofo, che morì nel 1860.

Rapporti con Romanticismo, Criticismo e Idealismo

Schopenhauer condivide alcuni temi con il Romanticismo:

  • l’infinito: la volontà di cui ci parla è realtà infinita;
  • l’arte, considerata dai Romantici la via eccelsa per attingere l’infinito; Schopenhauer considera invece l’arte come via di liberazione dal dolore,
  • il dolore che connota l’esistenza umana. Anche per i Romantici la vita è sofferenza, ma essi ammettevano qualche spiraglio per il riscatto dell’uomo, mentre il pensiero di Schopenhauer è permeato dal più cupo pessimismo.

Schopenhauer è il fondatore dell’irrazionalismo: egli si oppone agli Idealisti e sostiene che la Ragione non è in grado di conoscere tutta la realtà e che l’uomo è un essere governato, come tutta la realtà, da un principio irrazionale. L’irrazionalismo caratterizza il pensiero europeo a partire dalla 2.a metà dell’800 fino al nostro secolo. L’irrazionalismo è il rifiuto di quella funzione creatrice che gli Idealisti avevano attribuito alla Ragione, ossia al Soggetto.

L’alternativa all’Idealismo è il ritorno a Kant. Punto di partenza è la distinzione tra fenomeno e noùmeno. La conoscenza è rappresentazione, relazione tra soggetto ed oggetto, che implica sempre un soggetto conoscente e un oggetto conosciuto, un oggetto come il soggetto se lo rappresenta attraverso forme soggettive. Mentre per Kant il fenomeno è la sola realtà conoscibile e il noùmeno è il limite della conoscenza umana, per Schopenhauer il fenomeno è pura illusione e il noùmeno è la Volontà, principio infinito di tutto il reale. Secondo Kant la cosa in sé era irraggiungibile. Per Schopenhauer essa è oggetto di intuizione, perché l’uomo può coglierla nel proprio Io e, da qui, estenderla a tutte le cose.

Il mondo come fenomeno

Il fenomeno non è la realtà: è un sogno, un’illusione, è come un velo di Maya (immagine dell’antica sapienza indiana), un velo ingannatore che ci mostra un mondo del quale non possiamo dire né che esiste, né che non esiste. Il mondo è soltanto una mia rappresentazione; esso esiste solo nella mente del soggetto, in quanto è nella coscienza che se lo rappresenta, ma di esso cogliamo solo l’apparenza fenomenica: la realtà ci appare come un sogno. Il mondo si riduce ad una nostra rappresentazione, un’apparenza dell’immaginazione che, incapace di vedere oltre il velo, che nasconde il vero volto della realtà, dispone le sensazioni e ordina le impressioni sensibili collocandole nello spazio e nel tempo (rappresentazione) e le collega tra loro secondo il rapporto causale.

Schopenhauer, dunque, riprende da Kant solo 3 forme a priori: due della sensibilità (spazio e tempo) e una dell’intelletto (causalità). Il mondo quale si presenta nell’attività conoscitiva dell’uomo è, dice Schopenhauer in piena fedeltà al kantismo, «rappresentazione» di molteplici dati sensibili ordinati secondo le forme trascendentali del soggetto conoscente; forme che il filosofo riduce a tre sole: spazio, tempo e causalità.

A differenza di Kant, che distingue il soggetto conoscente e l’oggetto e secondo il quale la realtà è fenomeno (reale), che conosciamo attraverso le forme a priori, per Schopenhauer la conoscenza fenomenica non è altro che illusione. Il fenomeno non è la realtà. La realtà come ci appare è pura apparenza ed è solo una rappresentazione, in cui soggetto ed oggetto sono uniti.

Il mondo come noùmeno

Se il mondo fenomenico è illusorio, ci domandiamo quale sia il mondo reale, il mondo della cosa in sé. La realtà vera è il noùmeno, la volontà di vivere, la realtà in sé, la realtà vera, che non è oggetto di conoscenza. Ma che cos’è la vera realtà? Per rispondere a questa domanda non dobbiamo considerare solo la nostra esperienza esterna, che ci fa conoscere il mondo come fenomeno e rappresentazione, ma anche considerare la nostra esperienza interna. Noi non conosciamo la volontà di vivere, il noùmeno, la realtà in sé, la realtà vera, ma possiamo coglierla mediante l’intuizione.

I filosofi precedent avevano dimenticato che l’uomo non è solo ragione, intelletto, ossia che l’uomo non è soltanto una testa d’angelo senza ali (non è solo mente), ma è anche corpo, natura, istinti, azioni e volontà. Mediante il corpo l’uomo coglie la vera essenza di sé; con l’intuizione l’uomo coglie la volontà non solo come la sua propria essenza, ma come intima essenza di tutta la natura.

Ripiegandosi su se stesso, guardando nella propria interiorità, nel proprio profondo, l’uomo scopre di non essere solo conoscenza, ma anche brama di vivere; intuisce dentro di sé un impulso incontrollabile che lo spinge a vivere e ad agire. Tale forza non ha alcuna finalità, tranne quella di manifestarsi nell’uomo e in tutta la natura, Nella natura inorganica essa si manifesta come forza vitale, cieca e irrazionale che muove i vulcani e gli oceani e si manifesta nella gravitazione universale.

Negli animali e nelle piante essa si manifesta come istinto di autoconservazione, che anima le bestie feroci e fa vivere l’uomo, che spinge gli esseri viventi a soddisfare i propri desideri anche a danno degli altri animali.

Nell’uomo la volontà si manifesta, oltre che come istinto di autoconservazione, come desiderio. L’uomo scopre di desiderare la vita, di voler gioire e godere, ma scopre anche di soffrire: egli si scopre come volontà. La volontà di vivere è una forza oscura, che spinge l’uomo a desiderare, agire, lottare e soffrire. Essa si manifesta come istinto di conservazione (che comprende l’amore e l’odio, il piacere e il dolore, tutti gli impulsi e i moti dell’animo) e come desiderio.

L’uomo si accorge che la volontà di vivere è in lui e in tutti gli uomini, che è l’essenza vera dell’uomo. Egli scopre di avere una tensione continua a possedere ciò che non ha. L’uomo scopre di avere sempre bisogno di qualcosa che non riesce a possedere: è desiderio, tensione continua ed incessante a conquistare ciò che non possiede. L’uomo vuole, ossia desidera ed è sempre in tensione fino a quando non ha realizzato i suoi desideri.

La Volontà ci spinge a desiderare continuamente, è un’aspirazione continua ma, per un desiderio che viene soddisfatto, altri rimangono inappagati; inoltre l’uomo soffre e affronta dei sacrifici per realizzare i suoi desideri per cui, quando riesce a soddisfare il suo desiderio, l’appagamento è ben poca cosa e subito scompare, per dar luogo ad altri desideri, a nuovi bisogni e per alimentare la continua tensione che è in lui.

L’uomo è l’essere più infelice. La Volontà è più forte di noi e ci spinge ad agire, a desiderare e soffrire. A causa di questa tensione la vita è dolore, sofferenza e infelicità. Il piacere non ha mai una connotazione positiva, Schopenhauer lo definisce semplicemente assenza di dolore: il nostro piacere nasce nel momento in cui finisce il dolore, ma non vi sono momenti veri di gioia, piacere, felicità: essi sono sempre negativi, perché derivano dal superamento del dolore e dalla fine della sofferenza

Se il bisogno viene soddisfatto, si piomba nella sazietà e nella noia:

Il fine … è illusorio: col possesso, svanisce ogni attrattiva; il desiderio rinasce sotto forma nuova e, con esso, il bisogno; altrimenti, ecco la tristezza, il vuoto, la noia, nemici ancor più terribili del bisogno.

In questo stato di continua insoddisfazione al dolore subentra la noia: una volta posseduto ciò che desideravamo, la cosa posseduta non interessa più e il pungolo del desiderio finisce col venir meno a causa del continuo desiderare; a furia di desiderare sempre, finiamo per avvertire un  senso di vuoto (noia);

perciò la vita è come un pendolo che oscilla tra il dolore e la noia, passando attraverso la fugacità del piacere.

La volontà è universale e cosmica e ci spinge a desiderare sempre qualcosa. Tutti gli esseri viventi sono tormentati e angosciati. Il dolore e la sofferenza sono la caratteristica di tutti gli esseri viventi.

L’uomo, però, essendo dotato di intelligenza, avverte con acutezza questa sua condizione di sofferenza: l’uomo è un animale metafisico, è l’unico essere capace di stupirsi della sua condizione e di interrogarsi sul senso della vita. Quanto più sono intelligenti, tanto più gli uomini soffrono, perché sono maggiormente consapevoli del loro destino di infelicità (è questo il caso del genio). La vita è dolore e sofferenza per tutti: il dolore è il dato permanente dell’esistenza, a cui non possiamo sfuggire.

Schopenhauer perviene così ad una visione pessimistica dell’esistenza: non possiamo sfuggire al nostro dolore. A volte ci rifugiamo nella religione, ma essa è solo un’illusione, perché Dio non esiste (ateismo). Il Dio in cui vogliamo credere è l’infinito, a lungo cercato dall’uomo; l’errore dell’uomo consiste nell’attribuire a Dio sembianze umane e considerarlo Provvidenza. Colui che chiamiamo Dio non è altro che la Volontà, a cui attribuiamo il carattere della Provvidenza, nella speranza di trovare un conforto alle nostre inevitabili sofferenze.

L’illusione dell’amore

Ci illudiamo di sfuggire al dolore grazie all’amore, ma anche questa volta si tratta soltanto di un’illusione. L’amore è uno dei più forti stimoli all’esistenza, è una manifestazione della volontà di vivere.

L’amore è un incontro tra due infelicità.  La procreazione, eternando la specie, eterna il dolore. L’amore comporta sempre la sessualità e, con essa, la procreazione; conseguentemente si mettono al mondo altre persone destinate a soffrire. Con l’amore l’uomo crede di poter essere felice; in realtà l’amore è lo strumento di cui si serve la volontà per affermarsi e per eternare il dolore perpetuando la specie. Attraverso la procreazione, la volontà ci fa soffrire e fa soffrire altri esseri.

L’illusione della socievolezza umana

Accantonata l’illusione dell’amore, resta l’illusione dell’uomo come essere sociale. Schopenhauer si oppone ad Aristotele, il quale aveva definito l’uomo un animale politico e a Rousseau, secondo il quale l’uomo è naturalmente buono: l’uomo è naturalmente asociale: noi non ci amiamo e non ci aiutiamo fra noi, ma ci danneggiamo reciprocamente. Il mondo è un inferno, dove ci sono diavoli e dannati, ossia coloro che fanno soffrire e quelli che soffrono per colpa degli altri. Perfino l’amicizia non è altro che convenienza: siamo amici di qualcuno perché abbiamo bisogno di lui.

Il suicidio

Non è possibile sfuggire al dolore neppure rifiutando la vita. Il suicidio non è la soluzione dei problemi dell’uomo: prima di tutto il suicida uccide solo se stesso e non la volontà di vivere, che è universale; inoltre il suicida, col suo gesto, dimostra di non voler morire, ma piuttosto di voler vivere, in quanto egli è scontento delle condizioni in cui vive, perciò desidera la vita e non la morte; uccidendosi, manifesta prepotentemente la sua volontà di vivere, ossia rafforza la Volontà universale.

Le vie di liberazione

L’unica risposta al dolore consiste nel liberarci dalla volontà di vivere, nel passare dalla volontà alla non-volontà (dalla voluntas alla noluntas). Il passaggio avviene attraverso tre tappe:

1) l’arte, che è una conoscenza libera e disinteressata, che si rivolge alla contemplazione delle Idee. Per mezzo dell’arte si dimenticano i bisogni, gli interessi e si supera l’egoismo. L’arte è catarsi, ossia liberazione dalle passioni. Fra le varie forme di arte, alcune sono inferiori, in quanto presuppongono la materia (scultura ed architettura); più elevata è la pittura, che raffigura la natura; ancor più elevata è la poesia, che rappresenta l’umanità e la tragedia, che ci libera dalle passioni. Ma l’arte più pura, in grado di distaccarci dalla quotidianità,è la musica, la metafisica dei suoni, l’arte meno legata alla materia, che porta l’uomo al di là del mondo fenomenico.

La visione dell’arte di Schopenhauer è romantica: il genio si pone oltre la volontà, il tempo e il dolore. L’arte, tuttavia, offre soltanto una consolazione temporanea, una specie di fuga romantica dal mondo.

2) la morale: mentre l’arte ci distacca dalla realtà e dal dolore, la morale richiede un impegno ad affrontare la realtà, a superare l’egoismo, a dimenticare il nostro dolore aiutando gli altri a superare i propri dolori.

L’etica di Schopenhauer non nasce dalla ragione, ma dal sentimento: compatire gli altri significa patire con gli altri. Mediante la pietà realizziamo l’unità metafisica di tutti gli esseri. La morale si realizza attraverso due vie:

– la giustizia, una morale negativa, che consiste nel non fare il male e nell’impedire agli altri di agire male. E’ il primo superamento dell’egoismo.

– la carità è la morale positiva, che consiste nel fare il bene e aiutare il prossimo. La carità è amore disinteressato.

3) l’ascesi: nasce dall’orrore dell’uomo per la propria condizione e per la volontà di vivere. L’individuo cessa non solo di vivere, ma anche di volere: non vuole più nulla, non ha alcun desiderio.

L’ascesi è un tirocinio fisico e spirituale che procura il distacco dal mondo e fa raggiungere la perfezione interiore. Essa si raggiunge con la castità (perché, la rinuncia ai piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà. Solo così si sconfigge definitivamente la Volontà di vivere; l’uomo diventa libero, ossia sceglie di non scegliere: l’uomo sconfigge la volontà, raggiunge il Nulla, che non è il niente, ma piuttosto è il Tutto, è un oceano di pace e di infinita serenità.

SCHOPENHAUER E LEOPARDI

Per Leopardi il destino dell’uomo è il Nulla, l’infelicità, ma egli non deve accettarlo passivamente. Egli può reagire alla disperazione ricorrendo all’illusione, una rappresentazione oggettiva che modifica e corregge la realtà ed ha un ruolo positivo: attraverso l’illusione il poeta riesce a pensare e a vivere ciò che la Natura ha negato all’uomo e a cogliere l’Infinito. L’illusione è la vittoria dell’uomo sulla Natura, è lo strumento di salvezza dal dolore, è la trasformazione del Nulla nell’Essere. La via di liberazione dalla terribile situazione non può essere l’ascesi: l’uomo deve costruire per sé l’unico infinito possibile, liberandosi dalla paura del destino.

Il pessimismo di Leopardi non è negativo e non sfocia in un desiderio di nullificazione. La sua poesia è anzi animata da un profondissimo sentimento della vita e dell’umanità.

Pertanto non è giustificato un parallelismo tra Schopenhauer e Leopardi, nonostante gli indubbi punti di contatto: la poesia, come l’arte, non è una fuga, ma uno strumento di ricerca.

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FRIEDRICH NIETZSCHE

(1844 – 1900)

Bisogna avere 

il caos in sé

per partorire

una stella 

danzante

DIEGO GIACOMETTI - Albatros DIEGO GIACOMETTI – Albatros

FRIEDRICH NIETZSCHE – Uccello albatro

O prodigio! Ancor vola

e sale e sale senza sbatter d’ali!

Che mai dunque lo porta, lo solleva?

dove ha la meta, l’empito, il suo freno?

Arrivò troppo in alto – ora lo tiene

il cielo stesso il vittorioso in volo:

ora riposa veleggiando

dimentico di vittorie e vincitori.

Pari alle stelle, pari all’eterno,

vive ad altezze che la vita sdegna

e dell’invidia stessa ha compassione –

e alto vola già chi lo sta a guardare.

O uccello albatro!

Me in alto chiama un impulso eterno!

Pensai a te. E lacrime e lacrime

presero a scorrermi – sì, io ti amo!

(Da La Gaia scienza )

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La crisi delle certezze

Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento si è verificata nel panorama culturale europeo la crisi delle certezze. Fino ad allora, o almeno fino ad Hegel, la metafisica si era sempre proposta di indagare la realtà che non vediamo con i nostri occhi e di rispondere in modo stabile agli interrogativi che si poneva l’uomo.

Fino a Kant e al Positivismo, le scienze avevano costituito degli importanti punti di riferimento. Durante l’Ottocento i Positivisti riposero grande fiducia nello sviluppo scientifico come apportatore di progresso; la scienza era considerata un punto di riferimento solido e stabile. La matematica e la fisica erano considerate scienze esatte.

A partire dalla seconda metà dell’Ottocento tutto ciò verrà messo in discussione (geometrie non euclidee). Mentre Kant riteneva che la matematica e la fisica avessero validità scientifica perché erano basate su forme a priori, che garantiscono la validità delle nostre conoscenze, questa certezza crolla tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. All’uomo viene a mancare uno dei suoi punti di riferimento più importanti, ossia la certezza scientifica.

Ma fu con Nietzsche che si verificò la crisi di tutte le metafisiche e il crollo delle false certezze dell’uomo. Con Nietzsche e la morte di Dio l’uomo non può più illudersi e nemmeno costruire falsi idoli per sostituire le certezze perdute.

Il colpo definitivo verrà assestato dalla psicoanalisi: mentre in precedenza si riteneva che l’uomo fosse un essere razionale, in grado di agire sulla base della razionalità, con Freud scopriremo che l’uomo è dominato dall’irrazionalità e che le cause delle sue azioni non vanno attribuite alla coscienza, ma vanno scavate nell’inconscio.

Biografia

Nietzsche nacque nel 1844 e, fin da piccolo, mostrò interesse per la poesia e per la musica, che componeva egli stesso. Studiò filosofia e filologia, divenne docente di lingua e letteratura greca presso l’università di Basilea; nutrì una profonda ammirazione per la cultura greca classica e la sua prima opera filosofica si intitola Nascita della tragedia.

In questo periodo si appassionò allo studio del pensiero di Schopenhauer; successivamente rifiutò il suo pessimismo totale. Conobbe le opere di Wagner e si entusiasmò per la sua musica ma, successivamente, se ne distaccò, considerando troppo razionali le sue ultime opere.

A causa delle sue condizioni precarie di salute, interruppe l’attività di insegnamento. Nel frattempo aveva scritto numerose opere, tra cui le Considerazioni inattuali. Nutrì la speranza di ottenere popolarità grazie ai suoi scritti, ma il suo pensiero cominciò a diffondersi soltanto verso la fine della sua vita quando egli, ormai preda di gravi disturbi psichici, non poté goderne. Dovette anche stampare da sé molte opere, perché non trovò degli editori disponibili.

Conobbe una giovane russa, Lou Salomé e se ne innamorò senza esserne ricambiato. A causa di questo sentimento entrò in conflitto con la madre e la sorella Elizabeth.

L’opera Umano, troppo umano segna il definitivo distacco da Wagner.  Scrisse altre opere fondamentali, come Così parlò Zarathustra, Al di là del bene e del male e Genealogia della morale.

A causa delle sue condizioni di salute fu costretto a viaggiare spesso, alla ricerca di un clima salutare per lui e soggiornò spesso in Italia.

A Torino ebbe la prima grave crisi, che rese necessario il suo ricovero presso un’istituzione psichiatrica. Nel frattempo il suo pensiero cominciò ad essere conosciuto e le sue opere riscossero un successo sempre maggiore.

Nel 1888 un docente universitario di Copenhagen iniziò un corso di filosofia su di lui.

Negli ultimi anni di vita venne curato da Elizabeth, che si occupò anche di mettere in ordine le sue opere, realizzando un archivio. Alla morte del fratello, avvenuta nel 1900, Elizabeth pubblicò l’opera Volontà di potenza, alla quale il fratello aveva lavorato, aggiungendovi anche parti arbitrariamente estrapolate da altre sue opere, cercando di dare al tutto un senso compiuto; in realtà si trattò di un travisamento e, anzi, di una mistificazione.

Nel corso del Novecento il pensiero nietzschiano venne accuratamente studiato ed analizzato. Particolare attenzione fu riservata alla teoria del Superuomo, travisata dal D’Annunzio. Recentemente lo studioso italiano Gianni Vattimo ha proposto di sostituire tale termine, che potrebbe dar luogo a fraintendimenti, con quello di Oltreuomo, ossia non un Superman, un supereroe, ma un uomo che, di fronte all’angoscia e alla mancanza di senso, sa dire sì alla vita.

Le opere

Le sue opere vengono suddivise in quattro periodi, distinti fra loro in senso cronologico:

  • il periodo della giovinezza, di cui l’opera più importante è La nascita della tragedia;
  • la filosofia del mattino, la parte intermedia delle sue opere, tra cui ricordiamo Umano, troppo umano (in cui si distacca da Schopenhauer e da Wagner), Aurora e La gaia scienza;
  • la filosofia del meriggio, che vede il suo culmine in Così parlò Zarathustra;
  • le opere del tramonto, tra cui la Genealogia della morale, Al di là del bene e del male, Ecce homo, che uscì postumo e Il crepuscolo degli idoli, ovvero come si filosofa col martello. Il filosofare col martello costituisce una caratteristica del pensiero nietzschiano, il quale dedica tutto il suo impegno a smascherare le false credenze dell’uomo ed usa il martello per andare all’origine di tutti i problemi dell’uomo.

La nascita della tragedia

Nietzsche, esperto filologo, fu docente di lingua e letteratura greca; la cultura greca ha sempre affascinato i filosofi, come già fu per Hegel e Feuerbach.

Nietzsche indaga sulla cultura greca ed in particolare sull’arte greca. In quest’opera egli sostiene che l’atteggiamento che generalmente si ha nei confronti della cultura greca classica non mette in evidenza tutto ciò che veramente la cultura classica ha rappresentato. Quando pensiamo alla cultura greca classica, pensiamo al senso di equilibrio e di armonia che emana dalle più belle opere letterarie e dalla scultura. Hegel aveva sostenuto che l’arte aveva raggiunto un perfetto equilibrio tra natura e spirito, tra materia e forma proprio nell’età classica greca, trovando il suo compimento nella scultura greca e nella rappresentazione della figura umana. L’uomo ideale greco è l’uomo bello e buono, bello nel corpo e buono nell’animo. L’atteggiamento prevalente nei confronti della cultura greca evidenzia il senso di armonia, di equilibrio, di misura e di ordine, che riteniamo sia la caratteristica fondamentale dell’arte greca dal punto di vista filosofico, letterario, artistico, educativo ecc.

Nietzsche invece individua due atteggiamenti di fondo nella cultura greca, anche se abbiamo sempre trascurato uno dei due: l’apollineo e il dionisiaco, dai nomi delle due divinità contrapposte:

  • Apollo (il dio dell’equilibrio, della razionalità e dell’ordine) e
  • Dioniso (il dio dell’ebbrezza, della disperazione, della gioia di vivere anche quando la vita è crudele, il dio del disordine e del caos).

Questi due atteggiamenti si sono alternati e contrapposti in tutta l’arte e la cultura greca.

Tra le arti greche egli privilegia la tragedia accanto alla musica ed apprezza la tragedia greca fino a Sofocle.

La tragedia di Eschilo e Sofocle, secondo Nietzsche, rappresenta l’esplosione dei forti sentimenti e degli istinti e il conflitto interiori degli eroi.

Tra le tragedie di Eschilo ricordiamo l’Orestea, con i personaggi di Oreste e di Elettra, figli di Agamennone; tra quelle di Sofocle ricordiamo l’Edipo re.

Nelle tragedie di Eschilo e Sofocle grande importanza veniva riservata al coro, in cui si manifestava un’esplosione di sentimenti primordiali, la lotta e il conflitto che attanagliava le anime dei protagonisti delle tragedie dell’antichità.

Con Euripide vengono apportati dei cambiamenti nella tragedia: il coro finisce per diventare sempre meno importante e quindi anche la musica diventa meno rilevante. Alla fine della tragedia sulla scena veniva introdotta una divinità che non era prevista nella struttura della tragedia, un deus ex machina che, sul finire della rappresentazione, cercava di ricomporre gli squilibri e la conflittualità, facendo in modo che la razionalità prevalesse sul tutto.

Secondo Nietzsche è stato proprio Euripide a dare inizio alla decadenza della tragedia greca che, inizialmente, rappresentava la lotta tra istinti e passioni: grazie a lui l’elemento dionisiaco tende a scomparire e a lasciare il posto all’apollineo e alla razionalità.

Mentre con Eschilo e Sofocle i due atteggiamenti coesistevano e si alternavano nei personaggi, a partire da Euripide prevale l’apollineo ed inizia la decadenza della tragedia greca, che si estende progressivamente a tutta la cultura ellenica e al mondo occidentale.

Euripide razionalizza la tragedia greca, facendole perdere il suo carattere di vitalità. Quando si nega l’elemento dionisiaco, tanto importante e vitale non solo per la cultura, ma anche per la vita dell’uomo, inizia la decadenza.

Prevale il momento della razionalizzazione e, soprattutto con Socrate, non si pensa più che l’uomo sia costituito da corpo e istinti, ma che l’uomo debba sottomettere i suoi istinti alla razionalità. L’uomo in cui prevale il dionisiaco è un uomo portato a dire sì alla vita; l’uomo in cui domina l’apollineo tende a “violentare” la vita con l’eccessiva razionalizzazione.

Rapporti con Schopenhauer

In un primo tempo Nietzsche fu entusiasta del pensiero di Schopenhauer: mentre i filosofi, nel corso dei secoli, ci avevano fatto credere che è possibile dare un senso al mondo e all’esistenza, Schopenhauer aveva affermato che la vita dell’uomo è dolore e sofferenza e fu il primo a sostenere che l’esistenza umana non ha senso.

Successivamente Nietzsche si distacca da Schopenhauer perché non condivide il suo pessimismo totale e rifiuta l’ascesi quale via per la liberazione dal dolore. Nietzsche invece sosterrà che dobbiamo sempre dire sì alla vita ed accettarla con tutto il suo fardello di dolore, sempre e comunque, senza negare il dolore.

La storia

Nelle Considerazioni inattuali Nietzsche sostiene che la filosofia del suo tempo non ha ben capito quali siano i problemi da analizzare: essa si limita a dire che non esiste Dio, ma non si è accorta del fatto che la mancanza di questo Dio crea un vuoto nell’uomo, il quale cerca di riempire questo vuoto costruendo altri idoli.  Nietzsche è consapevole di essere inattuale: egli sa che gli uomini vogliono credere in qualcosa e, se non c’è qualcosa in cui credere, vanno alla ricerca di nuove certezze.

Secondo Nietzsche occorre un po’ di oblio per vivere: senza un po’ di incoscienza non si può essere felici. La differenza principale fra l’uomo e gli animali consiste nel fatto che abbiamo troppa memoria, che ci condiziona nel presente e ci impedisce di crearci un futuro migliore; occorre dunque equilibrare il nostro rapporto con il passato e con la storia.

Nietzsche individua tre atteggiamenti nei confronti della storia:

  • La storia monumentale va alla ricerca di modelli per la propria esistenza e, non trovandoli nel presente, si guarda indietro. Pur presentando aspetti positivi, colui che abbellisce troppo il passato per colmare il vuoto del presente rischia di cadere nel fanatismo.
  • La storia antiquaria guarda al passato con amore, cercando qualcosa di cui mantenere il ricordo, ma il “collezionista” rischia di mummificare il presente.
  • Infine la storia critica vede tutte le negatività del passato, considerato come una sequela di eventi da cancellare, Anche questo atteggiamento presenta aspetti negativi, perché non possiamo cancellare nel passato tutto quello che non ci fa comodo. Meglio guardare alla storia in modo equilibrato, compensando l’atteggiamento critico con quello antiquario o monumentale.

LA FILOSOFIA DEL MATTINO

La morte di Dio

In un brano de La gaia scienza un uomo folle si presenta al mercato ed annuncia la morte di Dio, ma viene deriso dai presenti. Per Nietzsche il Dio che deve morire non è il Cristo e neppure una divinità. Per morte di Dio Nietzsche intende la morte di tutte le certezze e delle falsità in cui l’umanità ha sempre creduto. Non basta che venga eliminata la religione, perchè i problemi dell’umanità derivano proprio dal credere in qualcosa di falso piuttosto che aprire gli occhi ed ammettere il vuoto di senso dell’esistenza.

Dio costituisce una fuga dalla vita: l’uomo, di fronte al caos dell’esistenza, si è costruito questo Dio e si è costruito anche un aldilà, come rivolta verso questo mondo. Dio rappresenta la personificazione di tutte le certezze ultime dell’uomo, che non sono soltanto dogmi della religione, ma sono certezze che anche la metafisica ha costruito nei millenni. Soltanto se ci liberiamo da queste false certezze potremo costruire l’uomo nuovo, che nascerà soltanto se sarà morto Dio. La credenza in Dio è la peggiore e la più antica delle bugie in cui ha creduto l’uomo nel corso della storia.

Per porsi in maniera giusta nei confronti dell’esistenza, che è caotica, dolorosa e senza senso non dobbiamo più aggrapparci ad un essere che ci serve soltanto per sfuggire ai nostri problemi.

Nel suo ateismo Nietzsche sostiene che Dio è la più grossolana risposta che si possa dare agli interrogativi filosofici. Dio non esiste e non occorre dimostrare la sua inesistenza. Nietzsche piuttosto vuole chiedersi come mai l’uomo si sia costruito questa certezza nel corso dei millenni.

L’uomo folle che annuncia la morte di Dio è il filosofo che anticipa i tempi senza essere creduto; Nietzsche, come l’uomo folle, crede di essere giunto troppo presto e si sente un filosofo inattuale.

La filosofia prima di lui ha cercato di dare un senso a ciò che non aveva un senso; i filosofi hanno cercato di razionalizzare un’esistenza non razionale. Come Schopenhauer, Nietzsche sostiene che la vita non ha senso e che non c’è nessun dio ma, morto Dio, non bisogna più costruire nuovi idoli e neppure cercare dei supplenti o dei surrogati di Dio (ad esempio la scienza per i Positivisti).

La favola del mondo vero

Nietzsche considera Platone il vero responsabile della decadenza del pensiero filosofico occidentale. Platone ci ha proposto “un mondo di favole” propinandocelo per il mondo vero; ha sostenuto che il mondo in cui viviamo è una copia e che il mondo vero è altrove; egli ci parla di un aldilà (l’Iperuranio) per farci dimenticare l’al di qua; quindi il mondo vero è posto da Platone per farci rifiutare questo modo e per distoglierci dalla nostra reale esistenza, che è soltanto quella terrena: nessun’altra esistenza ci è data.

Platone e il cristianesimo ci hanno proposto di rinunciare a questa vita per una vita ultraterrena, che si chiama Paradiso per i cristiani e Iperuranio per Platone; in entrambi i casi il nostro mondo, che è l’unico vero e concreto, ci è presentato come un mondo fasullo, mentre il mondo vero, che è un mondo da favola, ci è stato imposto come l’unico vero, a cui però non tutti possono accedere: secondo Platone solo i saggi possono raggiungere il mondo delle Idee; secondo il cristianesimo soltanto i virtuosi possono aspirare al Paradiso. Entrambi hanno contribuito a rendere priva di senso l’esistenza terrena.

La cosa più importante per la filosofia non è soltanto dirci che Dio non esiste, ma farci capire che non dobbiamo credere negli idoli e non dobbiamo aver paura del vuoto esistenziale che si determina con la morte di Dio.

La filosofia del mattino si conclude quando l’uomo capisce che il mondo vero non è il Paradiso o l’Iperuranio. Ma se il “mondo vero” non c’è più, cade anche la differenza tra mondo vero e mondo apparente e cade ogni dualismo. L’unico mondo che ci è dato è il mondo terreno.

LA FILOSOFIA DEL MERIGGIO

In Così parlò Zarathustra i temi fondamentali sono il Superuomo (l’Oltreuomo), l’eterno ritorno dell’uguale e la volontà di potenza.

In quest’opera Zarathustra (un profeta vissuto tra il VI e il V secolo a.C.) non porta soltanto la notizia della morte di Dio, ma soprattutto la nascita dell’uomo nuovo.

Il superuomo non è un uomo superiore agli altri per forza fisica e neppure un individuo capace di compiere imprese memorabili; si tratta semplicemente di un uomo che, nonostante la perdita di senso che avviene dopo la morte di Dio, sa dire sì alla vita; alla perdita dei valori tradizionali sa sostituire nuovi valori che impone lui stesso, mediante la volontà di potenza. L’oltreuomo è un uomo capace di creare nuovi valori e di rapportarsi in modo nuovo alla realtà, scrollandosi di dosso i pregiudizi e le false credenze e tutto ciò che, nel corso della storia, ci è stato imposto di credere.

A differenza degli altri uomini che vogliono credere in qualcosa, egli sa che non c’è nulla in cui credere, ma ciò non gli fa paura. Non ha timore di vivere un’esistenza senza falsi appigli: l’unico appiglio è in se stesso e nei nuovi valori che è in grado di creare.

In un brano dell’opera il profeta parla delle tre trasformazioni dello spirito: lo spirito prima si trasforma in un cammello, poi in un leone e infine in un fanciullo.

  • Lo spirito che si trasforma in un cammello rappresenta l’uomo carico di fardelli, del peso delle tradizioni, della religione e della morale; il cammello rappresenta l’uomo a cui si dice “tu devi” e che risponde “Obbedisco”. Il tu devi rappresenta un uomo che è capace soltanto di accettare quello che gli viene imposto senza discussione.
  • Il cammello si trasforma in leone, che dice: “Io voglio”. Io voglio significa già una volontà di opporsi a qualcosa e quindi è già un segno positivo rispetto al cammello. Ma non bisogna dire “Io voglio essere libero da qualcosa”, perché ciò vuol dire che esiste qualcosa che mi limita e che porta ancora il ricordo di quello che non c’è più.
  • La terza trasformazione vede il leone trasformarsi in un fanciullo che ride. La sua espressione gioiosa e divertita dimostra che egli non ha  nulla alle sue spalle, non ha fardelli da eliminare, non ha false credenze da sostituire e gioisce perché dice naturalmente sì alla vita.

Si passa dal tu devi del cammello all’io voglio del leone e all’io sono del fanciullo. L’Oltreuomo è come un fanciullo che ride perché gode gioiosamente della vita, che non è condizionato da problemi e che sa andare al di là del bene e del male, è uno spirito libero.

Il superuomo è l’animale-capo di un gregge. Non tutti sono superuomini: molti fanno parte del gregge. E’ necessario il gregge per far emergere l’animale capo. In questa visione antidemocratica Nietzsche sostiene che non tutti possono liberarsi dal peso dell’educazione ricevuta e non tutti sono in grado di godere la vita come un fanciullo senza problemi.

L’eterno ritorno

Nietzsche critica gli atteggiamenti con cui in precedenza, sia in filosofia che nella religione, gli uomini si ponevano nei confronti della storia del progresso. La storia come progresso non è solo una visione cristiana, perché tanti filosofi hanno pensato alla storia come un progressivo migliorare dell’uomo da un passato negativo a uno progressivamente migliore, hanno pensato ad un progresso di tipo rettilineo che parte dal negativo, dall’oscurità e dalla barbarie verso momenti sempre più validi e positivi.

Nietzsche sostiene di non cogliere alcun miglioramento nella storia, perché non c’è un progresso in nessun senso, da qualunque ottica si guardi l’umanità. Ciò non va inteso nel senso che tutto peggiorerà nel futuro, anzi non imporre all’uomo nuovi idoli non significa che la vita valga meno, perché la vita vale già per se stessa. Non c’è una vita ultraterrena, all’uomo è dato soltanto di vivere la vita terrena e non è poco, all’uomo non occorre altro. L’uomo nuovo non si pone più come colui che deve migliorare le condizioni dell’umanità successiva; la sua non è più una visione lineare ma ciclica.

Non dobbiamo aver paura di un futuro senza progresso perchè all’uomo è già dato tutto ciò che gli occorre per vivere bene. Non gli occorre altro, deve soltanto liberarsi dai vecchi fardelli, rifiutando il provvidenzialismo o la progressiva crescita o il costante progresso dell’umanità. Nietzsche riprende dagli antichi filosofi greci il concetto di tempo ciclico: essi pensavano che un mondo si distruggesse e l’altro si ricostituisse esattamente come prima e che la storia si ripetesse. Anche per Nietzsche tutto si ripeterà nello stesso modo perché non c’è un senso migliore di quello della vita terrena, non c’è niente che serva all’uomo oltre a ciò che già possiede e non occorre migliorare le condizioni dell’uomo, il quale continuerà ad affrontare un’esistenza di sofferenza, ma anche di gioia. Gioire nella vita è possibile solo se ci rendiamo conto che tutto ciò che ci fa soffrire non dipende da noi.

Il Superuomo non è l’uomo più capace degli altri in certi ambiti, ma è lui che dà senso alla vita, che costruisce nuovi valori legati alla Terra senza preoccuparsi dell’aldilà. Dà senso alla vita non in modo metafisico o mistico: il senso della vita è la fedeltà alla terra. L’uomo è terra: l’uomo non è spirito e l’anima è una bella parola che indica solo una parte del corpo; l’uomo è il suo corpo e non ha bisogno di un’anima, che è stata inventata per mortificare il corpo e l’uomo. Se l’uomo è fedele alla terra, La terra cessa di essere il deserto in cui l’uomo è in esilio per diventare la sua dimora gioiosa; il corpo cessa di essere la prigione dell’anima per divenire il modo concreto di essere dell’uomo nel mondo.

In questo senso l’eterno ritorno dell’uguale è un rifiuto del tempo considerato come un progresso infinito, una linea retta che non finisce mai. L’umanità non migliorerà perché non c’è alcuna provvidenza e perché l’uomo nella vita terrena deve poter soddisfare tutte le sue potenzialità, che sono potenzialità creative. Se tutto resta come sempre molti uomini restano sgomenti, perciò non tutti saranno superuomini.

LA FILOSOFIA DEL TRAMONTO

Genealogia della morale. Al di là del bene e del male

I valori morali non sono stati sempre positivi perché ci sono stati imposti dei valori in cui abbiamo dovuto credere; ad esempio l’altruismo, la bontà, il porgere l’altra guancia. Sia il Platonismo che il Cristianesimo hanno fatto sì che alcuni valori negativi diventassero positivi.

Nel passato i guerrieri avevano una morale legata al corpo; essi combattevano, avevano coraggio, amavano la vita, sapevano imporsi agli altri, desideravano mantenersi in buona salute, sapevano comandare, erano legati alla terra, alla vita, al corpo e questa era la loro morale (morale dei signori).

A questa società di aristocratici guerrieri si è alternato un altro tipo di società, quella dei sacerdoti, i quali non potevano coltivare il corpo perché avevano il compito di coltivare lo spirito. La loro morale consisteva nel rinunciare al corpo e ai piaceri terreni, nel proiettarsi verso l’aldilà, nell’ubbidire, nel sacrificarsi e pensare solo a pregare (morale degli schiavi). Per questo motivo mantenevano un forte risentimento nei confronti dei guerrieri.

Quando la Giudea fu conquistata da Roma, i Giudei, risentiti verso i vincitori, cercarono di essere i vincenti su un altro fronte e imposero i loro valori negativi. Così, grazie alla reazione invidiosa e risentita dei sacerdoti, ai Romani trionfatori furono imposti valori negativi spacciati per positivi (trasmutazione dei valori) e da allora iniziò la lenta decadenza del mondo romano.

A questo punto, secondo Nietzsche, occorre una nuova trasmutazione dei valori: bisogna tornare ai valori della terra, del corpo, del coraggio, della forza, della gioia di vivere e della vita stessa.

Volontà di potenza

La volontà di potenza di Nietzsche differisce notevolmente dalla volontà di Schopenhauer, che chiedeva di rinunciare alla vita, mentre la volontà di potenza si identifica con la vita stessa, che non si accontenta di essere se stessa ma è autoaffermazione e autocreazione.

Bisogna imprimere al divenire il carattere dell’essere e non aver timore di ciò che accade. Il divenire, il caos non va negato: la volontà di potenza è l’apoteosi del divenire.

Netzsche mise in cantiere quest’opera, ma non riuscì a mettere insieme le idee sufficienti per pubblicarla. L’opera pubblicata dopo la sua morte, rimaneggiata arbitrariamente dalla sorella Elizabeth, servì ai nazisti per giustificare ed esaltare la loro politica di dominio, ma Nietzsche non l’aveva affatto scritta con questa intenzione.

Il nichilismo

Il termine deriva da nihil, che significa nulla. Nietzsche distingue due forme di nichilismo:

  • Il nichilismo passivo si manifesta come fuga dal mondo, disgusto per il mondo, vertigine di fronte alla mancanza di senso, sgomento di fronte al vuoto.
  • Il nichilismo attivo è quello dell’uomo che, di fronte al nulla, non prova paura, ma costruisce qualcosa, sa accettare il nulla senza disperarsi e gode la vita con i suoi nuovi valori.
EDVARD MUNCH - Notte di stelle EDVARD MUNCH – Notte di stelle

FRIEDRICH NIETZSCHE – O uomo! Ascolta!

O uomo! Ascolta!

Che dice la mezzanotte fonda?

“Dormivo, dormivo –

Da un sogno profondo mi sono destata: –

Il mondo è profondo

Più profondo di quel che il giorno credeva.

Profondo è il suo male -,

Il piacere – più profondo del dolore:

Il male dice: Passa!

Ma ogni piacere vuole eternità –

– vuole profonda, profonda eternità!”

Al Dio IgnotoAncora, prima di partire
E volgere lo sguardo innanzi
Solingo le mie mani levo
Verso di Te, o mio rifugio,
A cui nell’intimo del cuore
Altari fiero consacrai
Chè in ogni tempo
La voce tua mi chiami ancora.Segnato sopra questi altari
Risplende il motto “Al Dio ignoto”.
Suo sono, anche se finora
Nella schiera degli empi son restato:
Suo sono e i lacci sento,
Che nella lotta ancor mi atterrano
E, se fuggire
Volessi, a servirlo mi piegano.
Conoscerti voglio, o Ignoto,
Tu, che mi penetri nell’anima
E mi percorri come un nembo,
Inafferrabile congiunto!
Conoscerti voglio e servirti!.

FONTE 2  http://www.larapedia.com/filosofia_Arthur_Schopenhauer/Arthur_Schopenhauer.html

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Filosofia

Schopenhauer (1788 – 1861)

Il mondo come volontà e rappresentazione (1819)

  1. Fonti: confluiscono diverse esperienze di cui da una sintesi originale:
  1. Platone: teorie idee e perfezione mondo idee rispetto a imperfezione mondo;
  2. Kant: gnoseologia, realtà frutto costruzione da parte intelletto del soggetto;
  3. Illuminismo: materialismo; ironia Voltaire; critica e demistificazione;
  4. Romanticismo: riprende molti aspetti fondamentali, ma diverge per altri:
  1. Temi comuni: infinito, irrazionalismo, importanza arte e  musica, principio assoluto di cui realtà e manifestazione;
  2. Differenza fondamentale: taglio pessimistico mentre nel romanticismo il principio assoluto è positivo;
  3. Idealismo: fortemente polemico nei confronti di Hegel per il suo panlogismo, conservatorismo;

  • Cultura orientale: Primo a utilizzare motivi filosofia orientale; immagini e metafore;
  • Il mondo come rappresentazione: dualismo ontologico e superamento del velo di Maya come problemi di partenza;

 

  1. Fenomeno e cosa in sé: punto di partenza filosofia S. è la distinzione kantiana:
  1. Kant: fenomeno è la sola realtà che sia dato conoscere, noumeno o casa in sé è un concetto limite che definisce il confine delle possibilità conoscitive umane. Il mondo dei fenomeni è l’insieme degli oggetti che vengono organizzati secondo forme a priori;
  2. Schopenhauer: il fenomeno è un velo illusorio che nasconde agli uomini l’autentica realtà rappresentata dalla cosa in sé, quello che nel buddismo è detto “velo di Maya”.

  • Il principio di rappresentazione: assunto come verità evidente: “il mondo è la mia rappresentazione“, quella che consideriamo realtà ha un’esistenza solo soggettiva, solo dentro la coscienza;

 

  1. Rappresentazione: entro la rappresentazione esistono il soggetto rappresentante e l’oggetto rappresentato e sono interdipendenti;
  2. Falsi sia materialismo che idealismo che eliminano uno dei termini della relazione;

  • Le forme a priori e il mondo della rappresentazione: la mente possiede una struttura a priori attraverso la quale ordina la realtà;

 

  1. Le forme a priori: spazio, tempo e causalità a cui sono tutte riconducibili le altre categorie e che costituisce l’essenza della realtà in quanto è reale solo ciò che produce o subisce effetti wirklichkeit dal verbo wirken agire = realtà;
  2. L’apparenza: organizzando la realtà le strutture a priori la deformano, l’esistenza è come un sogno del soggetto: “la vida es sueno”;
  3. La cosa in sé: al di là dell’apparenza creata dalle strutture a priori del soggetto esiste la vera realtà, inaccessibile alla conoscenza e coscienza dell’uomo.

  • Il mondo come volontà: Kant esclude la possibilità di accedere alla cosa in sé, S. ritiene di aver individuato la strada per giungere al noumeno.

 

  1. L’uomo non è solo intelletto, conoscenza e rappresentazione, ma anche corpo, istinto;
  2. Wille zum Leben: l’essenza che sta alla base del nostro io è impulso cieco, inconscio, irresistibile la “volontà di vivere“;
  3. Il mondo fenomenico non è altro che la manifestazione nel tempo e nello spazio della volontà di vivere. La volontà di vivere è l’essenza di tutte le cose e pervade interamente la natura nella totalità delle sue parti  e articolazioni anche se tale consapevolezza diviene consapevole solo nell’uomo. Prima del mondo come rappresentazione sta la cosa in sé di cui quel mondo è una manifestazione: “Wille zum Leben”

  • Caratteri della volontà: infinita e irrazionale costituisce il fondamento negativo del tutto

 

  1. Trascendenza volontà: al di là del principio di rappresentazione, spazio, tempo e causalità, è una forza inconscia concepita da S. secondo il principio dell’infinito, quindi priva di qualsiasi forma di ordine e senso:
  2. Unica eterna e indistruttibile: perché al di sopra di spazio e tempo non cade nel principium individuationis;
  3. Irrazionale: al di sopra dell’intelletto e della causalità, cieca, priva di senso e scopo, che vuole perpetuamente perpetuare se stessa;
  4. Pessimismo cosmico: tutto ciò che esiste vive solo per vivere, senza altro scopo e pretendere che esista un senso ultimo ponendo un dio a fondamento dell’essere nel mondo non è che un tentativo di smascherare questa dolorosa verità.
  5. La volontà come assoluto negativo: anche per S. il finito è manifestazione dell’infinito, ma tale fondamento assoluto che si manifesta nel tempo e nello spazio è irrazionalità pura; capovolgimento simmetrico dell’impostazione panlogistica hegeliana, solo l’infinito è reale, ma per S. tale infinito è privo di senso.

  • Oggettivazione della volontà nel mondo della rappresentazione: la volontà si manifesta attraverso una serie di gradi:

 

  1. Le idee: la prima fasi del costituirsi del mondo fenomenico a partire dalla volontà è quella delle idee, archetipi del mondo come le idee platoniche, tutte le cose ne sono copie;
  2. Individui: idee si moltiplicano negli individui attraverso le forme di S. T. e causalità;
  3. Il mondo naturale è poi strutturato secondo gradi crescenti di affermazione della volontà di vivere: dal mondo inorganico a quello organico, all’animale e all’uomo.

  • Il pessimismo: la sofferenza universale e il pessimismo cosmico, contro ogni tentativo illusorio di giustificazione religiosa dell’esistenza, sono la sola verità sul mondo.

 

  1. La vita come dolore: vivere è volere, desiderio, desiderio è mancanza e assenza, mancanza è dolore. Lo stato di desiderio è continuo nell’uomo e l’appagamento non è mai definitivo, la dinamica infinita del desiderio sempre ricomincia;
  1. Il piacere negativo: il dolore è costitutivo della dinamica del desiderio che costituisce l’essenza dell’uomo, perciò è originario e primario, il piacere è solo ma cessazione del dolore, non ha una sua realtà positiva, è quindi subordinato al dolore e secondario rispetto ad esso. Leopardi e Verri: stato di rilassamento che segue alla cessazione del dolore: venendo meno il desiderio, viene meno il piacere;
  2. La noia: terza situazione esistenziale è la noia che subentra quanto la dinamica del desiderio si ferma: la vita è un pendolo che oscilla tra sofferenza e noia passando per il breve e illusorio intervallo del piacere.

  • La sofferenza universale: la volontà di vivere si manifesta in tutto ciò che esiste la cui ragion ultima d’essere è il volere per il volere, pertanto tutto soffre, la sofferenza dell’uomo è più alta solo perché nell’uomo vi è più consapevolezza;

 

  1. Pessimismo cosmico: radicale forma di pessimismo che coinvolge la totalità dell’essere; in quanto il male non risiede in un aspetto secondario dell’esistenza, ma nello stesso fondamento assoluto da cui l’esistenza prende origine;
  2. La lotta perpetua: ogni essere tende ad affermare infinitamente se stesso su tutti gli altri, col risultato che in tutti i suoi gradi l’esistenza è la lotta di tutte le cose contro tutte le altre, armonia della natura e meraviglia del creato sono menzogne che nascondono il divorarsi di ogni essere con ogni altro. L’esistenza è il trionfo dell’irrazionalità e della sofferenza.
  3. L’illusione dell’amore: che il senso della vita dell’individuo sia solo perpetuare la specie è evidente nell’amore. Proprio dove l’individuo crede di affermare se stesso è solo uno strumento della natura per la perpetuazione di un’esistenza fine a se stessa.

Autore : Gianfranco Marini

Fonte: http://anki.altervista.org/appunti/riassunti/schopenhauer_sintesi.doc


Arthur Schopenhauer

Arthur Schopenhauer (1788-1860)

1813 Quadruplice radice del principio di ragion sufficiente (tesi di laurea. Si occupa del principio di causalità e del suo ambito di validità)
1818 Il mondo come volontà e rappresentazione
Dall’820 all’831 tiene corsi all’università di Berlino, in diretta “concorrenza” per orari con Hegel. Le aule di Sch. erano quasi vuote, segno che la filosofia che rispondeva alle esigenze di quell’epoca era quella di Hegel e non la sua. In effetti il pensiero di Schopenhauer verrà apprezzato successivamente.

Temi conduttori della sua riflessione:
-pessimismo sulla vera natura della condizione umana , ovvero rifiuto dell’ottimismo ottocentesco
-rifiuto dell’idealismo
-inevitabilità del dolore, poiché esso scaturisce dalla stessa natura umana
-recupera la metafisica come parte centrale della riflessione filosofica. Dopo Kant non sembrava più possibile, perché “ciò che sta al di là della fisica” (oggetto della metafisica) è il nuomeno, l’inconoscibile.
-religiosità indiana
-l’arte è fonte di rigenerazione (in linea con il romanticismo)

Sch., come Hegel, ha come inevitabile punto di riferimento la filosofia di Kant. La soluzione che egli indica per il dualismo è tuttavia diversa da quella di H.
Hegel in conclusione afferma che fenomeno e nuomeno sono una medesima cosa e che il dualismo è solo un momento dell’esistenza dello Spirito, il quale è l’unica realtà che esiste e con cui tutto coincide.
Per Sch. il dualismo invece non si risolve affatto ma, al contrario, è la struttura propria della realtà. Egli non risolve il dualismo, al contrario lo analizza per capirne il significato vero. Per far ciò abbandona la strada indicata da Kant, ovvero l’uso critico della ragione, e recupera lo strumento proprio della metafisica: l’intuizione (almeno in questo è vicino al suo “rivale” Hegel). Questo gli permette di “fare il salto” al di là del limite, di conoscere quello che non è conoscibile con la ragione. In tal modo riesce a “vedere dall’interno il nuomeno”, riesce cioè a calarsi nel livello profondo e puro dell’essere, quello che resta sempre e inevitabilmente nascosto dietro il limite invalicabile dei sensi.
Questo limite da Sch viene chiamato “velo di Maja”, riprendendo un’immagine della mitologia greca. (Maja era la madre del dio Dioniso). L’immagine poetica è in realtà caricata di un forte significato negativo (connotata negativamente), perché tutto ciò che è sensazione, quindi l’intero nostro mondo (mondo fenomenico), è presentato come un inganno.

Un inganno creato da cosa, per chi e affinché faccia cosa?
un inganno creato dalla Volontà, per le Volontà individuali, perché continuino a soddisfare i propri bisogni
Ovvero: un inganno creato dalla Volontà, per l’uomo, affinché continui a soffrire

Le due risposte si equivalgono.
La Volontà è ciò che è all’origine di tutto ciò di cui ci troviamo circondati nella nostra esistenza, ma essa non ha nulla in comune con il mondo che vediamo, poiché la sua natura è completamente diversa (non c’è quell’uguaglianza di struttura che c’è in Hegel tra Spirito e mondo. In Sch. Volontà e mondo sono completamente diversi. Dei due, come si vedrà, solo il mondo ha un ordine razionale e una struttura, mentre la Volontà è l’opposto di tutto ciò).
Le Volontà individuali sono le “creazioni” della volontà, quasi dei personaggi che essa inventa e nei quali riesce poi a instillare la convinzione di esistere realmente, di avere realmente desideri, affetti, gioie, dolori. Tra questi “personaggi inventati” gli uomini sono certamente quelli più riusciti.

Perché la Volontà vuole ciò? Non per cattiveria o per bontà, poiché queste categorie “umane” (che son proprie del mondo sensibile) per essa non hanno senso. Semplicemente questo è il suo modo di esistere.
La Volontà, l’essere vero, ciò su cui ogni apparenza poggia, non è qualcosa di stabile, ma è un flusso, uno slancio, un Volere appunto. L’essere, il noumeno, è questa forza cieca, priva di ragione, si scopo, di significato. È un violento slancio che mira semplicemente a continuare ad esistere. Il mondo come noi lo vediamo è il complesso gioco che ha creato per continuare ad esistere.
Essendo essa Volontà, per continuare ad esistere come può fare? Usando un linguaggio improprio ma che aiuta: come può fare questo slancio a “riprodursi”? Essendo un “agire”, un “tendere a”, per riprodurre se stesso deve produrre dell’azione, del “tendere a”. Il modo in cui ha dato forma al mondo risponde a questa esigenza.
Le realtà presenti nel mondo, prime tra tutte gli animali e l’uomo, sono dei nuclei di bisogni e di desideri. In esse un desiderio si sussegue all’altro in un’alternanza senza fine. Bisogno di fare un movimento, di alleviare un fastidio, di trovare un affetto, soddisfare un’aspirazione…tutto ciò che spinge l’uomo ad agire un bisogno, un desiderio di ottenere qualcosa o di eliminare qualcosa che si ha e che provoca noia. Anche le virtù e i sentimenti più nobili e romantici sono ricondotti a questo gioco, egualmente strumento con cui la Volontà riesce a riprodurre, perpetuare la propria esistenza, a portare avanti il proprio flusso di “volere”.

-COME LA VOLONTA SI RIFRANGE NEL MONDO-
La Volontà è Una, mentre il mondo è molteplice. Per passare dall’uno al molteplice, al plurale, c’è un livello intermedio, che è stato indicato già da Platone: è il livello delle idee, che sono dei modelli, degli archetipi, dai quali poi discenderà l’infinitudine degli individui del mondo sensibile. Il mondo delle idee è insensibile e privo di fisicità, si colloca quindi già in una dimensione metafisica, oltre l’inganno del velo di Maja e la sofferenza del mondo, legata alla molteplicità. Sollevarsi oltre il molteplice fino alla semplicità delle idee significherebbe staccarsi dalla dimensione della sofferenza.

-L’UOMO E IL MONDO-
L’uomo è l’unico essere dotato di ragione, dunque della capacità di conoscere. Tuttavia egli non comprende quale è la vera natura della sua esistenza e del mondo. Egli si ferma a ciò che gli mostrano i sensi, ovvero un mondo retto da leggi razionali, in cui tutto esiste nello spazio ed è ordinato nel tempo. Le cose gli appaiono avvenire secondo regole causali (ogni cosa accade perché un’altra cosa l’ha causata) e, all’interno della causalità trova spazio anche l’agire umano. Esso anzi ha un significato proprio, al punto che si può parlare di bene e di male (la religione cristiana fa parte di questa “convinzione” ovviamente). Spazio, tempo e causalità Sch. le riprende da Kant, dove erano forme a priori. Qui sono le “forme”, i principi che strutturano il mondo sensibile. Essi non hanno senso in riferimento alla Volontà (non esistono “nella” Volontà).
Il credere nelle leggi fisiche o nelle leggi morali è parte dell’illusione creata dalla Volontà, del suo gioco, perché questa fiducia nell’esistenza effettiva delle cose che vediamo ci spinge ad impegnarci nella realizzazione dei nostri “desideri di questo mondo”, nobili o vili che siano (dal mangiare un buon cibo al dare se stessi per un ideale politico o religioso).
Il mondo sensibile non è altro che il velo di Maja; il mondo è l’inganno, l’apparenza messa inscena dalla Volontà e a cui ha dato la convinzione di essere qualcosa di vero.

-LA SOFFERENZA UMANA-
L’uomo (volontà individuale) si illude di avere una volontà propria. Questo lo spinge a cercare di realizzare i desideri/bisogni, che crede propri. In realtà essi sono fatti sorgere in lui dalla Volontà, perché in tal modo essa continua ad esistere.
Il tentativo dell’uomo di agire per realizzare i propri bisogni trova continui ostacoli. Questo è all’origine della sofferenza umana, che deriva quindi dal fatto stesso di esistere come volontà individuale. L’uomo non può esistere in altro modo che come essere che soffre. (Come si vedrà, l’unico modo per evitare la sofferenza sarà “evitare l’esistenza”, ovvero cessare di essere una volontà individuale).

-COME PORRE RIMEDIO ALLA SOFFERENZA-
Per porre rimedio alla sofferenza tre sono le vie indicate da Sch.
Nessuna di esse in realtà richiede che l’uomo squarci consapevolmente il velo di Maja. Il vedere quale è la vera natura della realtà e dell’uomo non è effettivamente un sollievo, ma al contrario getterebbe l’uomo nella disperazione più totale, perché gli mostrerebbe il nulla su cui si regge l’intera sua esistenza. Ciò che egli crede abbia valore di colpo gli si mostrerebbe per ciò che effettivamente è: un’apparenza e non un qualcosa dotato di “essere”. Questo è il nichilismo di Schopenhauer.
Le vie che possono fornire sollievo per la condizione d’esistenza umana sono altre: l’arte, la morale e l’ascesi.

ARTE (sospensione momentanea della sofferenza)
L’arte non utilizza la ragione, ma un’altra facoltà propria dell’uomo, il “genio”. Questa facoltà non procede con i nessi propri della logica, ma è capace degli slanci propri dell’intuizione. Essa riesce quindi ad innalzarsi oltre il livello del fenomenico (a cui invece la ragione è legata) per arrivare alla semplicità degli archetipi, alle idee. L’arte riesce a rendere manifeste le idee all’uomo: all’artista che produce l’opera d’arte, ma anche a colui che la contempla. Nel tempo in cui un uomo ammira un oggetto artistico, egli è sottratto al molteplice fenomenico ed alla sofferenza che da esso deriva. Tuttavia, quando distoglierà lo sguardo dal quadro egli tornerà nella quotidiana normalità del suo dolore.
Un ruolo particolare ha la musica, considerata capace di rappresentare all’uomo il puro slancio della Volontà.

MORALE (attenuamento della sofferenza)
La morale, ovvero il farsi guidare nelle proprie azioni da dei rigidi precetti ispirati al valore del rispetto reciproco,  pone un freno a ciò da cui la sofferenza deriva, ovvero alle passioni ed agli istinti. Infatti proprio il cercar di dare continuamente seguito ai desideri è all’origine della sofferenza. La morale è il contrario di questa continua affermazione del sé e, pertanto, diminuisce la sofferenza.

ASCESI (annullamento della sofferenza e dell’uomo)
Poiché la sofferenza è tutt’uno con la natura umana, l’unico modo per eliminarla è negare la stessa esistenza umana. L’ascesi, con i suoi esercizi ed il suo cammino di graduale distacco dal sé, permette di realizzare proprio questo. L’approdo ultimo sarà un nulla in cui l’individuo si discioglie, cessando di essere un io, un nucleo di consapevolezza. Questo perdere se stessi annullandosi ha tuttavia una propria positività, poiché appare come una pacificazione, come un superare la dimensione dell’individualità e del soffrire, per rifugiarsi nell’assenza di individualizzazione, nel nulla che è pace e totalità piena. Una condizione molto simile a quella descritta come nirvana.

Fonte: http://www.webpulse.it/webpulse/scuola/filosofia/schopenhauer.doc
Autore: non indicato nel documento

Schopenhauer
La sua filosofia parte dalla distinzione tra fenomeno e noumeno.
Secondo lui tutto ciò che x noi è il fenomeno è sbagliato perché questa è solo una rappresentazione fittizia di ciò che noi filtriamo attraverso le forme a priori che guidano il nostro intelletto seguendo il pensiero di kant.
Invece ciò che rimane sotto queste rappresentazioni è il noumeno ed è questo la vera realtà delle cose.
L’uomo dice S. è un animale che a differenza di una testa alata o di un angelo non è solamente rappresentazione quindi oltre ad avere una parte esteriore ha anche una parte interiore. Questa parte interiore ogni volta che l’uomo prova gioia o prova dolore lo fa comprendere che è qualcosa in quanto VUOLE sempre qualcosa.
Questa volontà è insita in noi e non è una volontà che è fine a qualcosa ma la sua è una volontà continua, è un desiderio di desiderare sempre. Una volta che si desidera una cosa e una volta questa sia raggiunta c’è sempre un’altra cosa che si vuole e così fino all’infinito.
La stessa struttura dei nostri apparati sono una dimostrazione di queste nostre volontà di vivere. Infatti il nostro apparato digerente rappresenta la nostra volontà di nutrirsi, quindi di vivere, lo stesso vale per il nostro apparato sessuale che è la volontà di riprodurre, e quindi di continuare a vivere. Per questo motivo noi non ci troviamo in un mondo meraviglioso basato sul bene, noi ci troviamo in un mondo bruttissimo dove ogni essere vive tramite la morte di un altro, e quindi tutto è basato sulla lotta continua tra specie. Ogni organismo quindi è la tomba di tantissimi altri.
Tutti quindi sentono in natura maggiore o minore la propria volontà di vivere, che invece nell’uomo è sentita maggiormente perché egli percepisce meglio di tutti gli animali la propria volontà.
La nostra vita è un continuo dolore, e per quelle poche volte che si prova piacere o godimento dopo una sensazione dolorosa, questo è momentaneo. La stesso piacere non esisterebbe se non ci fosse il dolore, infatti il piacere di bere esiste solo se c’è la sete, e così via.
Schopenhauer dice che la nostra vita può essere paragonata ad un pendolo che si trova ad oscillare tra uno stato
di dolore o di noia, mentre nella posizione di equilibrio vi è il piacere che è molto più veloce delle altre due posizioni.
La noia subentra quando si smette di desiderare e quando ci si rende conto che per ogni cosa che si desidera ci sarebbe sempre una volta raggiunta qualcosa altro da desiderare e quindi che non si sarà mai contenti.
L’illusione dell’amore: Il fine dell’amore che sembra nobilitare l’uomo alla fine non è altro che un odo per prendere in giro l’uomo, perché lo scopo finale dell’amore è la riproduzione ovvero la perpetuazione della specie, quindi sotto ogni corteggiamento si nasconde una decisione precisa volta verso l’accoppiamento. E’ un errore quindi dire il contrario.
Rifiuti
Dell’ottimismo cosmico:
il mondo non è,come tutti i filosofi laccati ottimisti fanno credere, un posto buono, o il migliore dei mondi possibile, ma al contrario è un inferno continuo dovuto proprio all’esistenza delle malattie, e della miseria che colpisce moltissime persone. Quindi il nostro è un inferno e questa spiega il motivo perché dante è stato così bravo nel descriverlo perché gli bastava guardarlo attorno a sé, mentre invece gli è stato difficile descrivere il purgatorio e tanto meno il paradiso.
Dell’ottimismo sociale
L’uomo non è di natura buono, come gli ottimisti vogliono far capire. Lui è l’unico animale così cattivo che prova piacere quando un altro uomo soffre.
Dice che in ogni uomo si nasconde una bestia pronta ad uscire e le stesse leggi non sono poste per la natura politica dell’uomo ma bensì per tutelarsi dall’aggressività umana che porterebbe al caos totale. Quindi l’uomo è l’animale mechant come ha definito gobineau.
Dell’ottimismo storico
La storia non è una scienza e gli storici nello studio della storia finiscono per perdere di vista l’uomo dicendo, facendo intendere che per ogni periodo l’uomo cambia ma questo non è vero perché l’uomo alla fine è sempre lo stesso sia che possa essere vissuto ieri o 5000 anni fa.
Le vie per la liberazione dal dolore…
Schopenhauer condanna il suicidio perché dice che è un modo molto nel quale non si ha eliminato la volontà, ma semplicemente la vita che è una caratteristica di un essere umano, e sotto la voglia del suicidio c’è un rifiuto a vivere una vita come è quella che si stava seguendo, quindi una volta che l’individuo si suicida la volontà rinasce come il sole in altri organismi che non cesseranno mai di volere.
La liberazione dai dolori:
L’arte:
L’arte perché è conoscenza libera e disinteressata può essere intesa come l’unica cosa in grado di liberare momentaneamente l’uomo dal suo dolore.
Lo stesso per la musica che non producendo mimeticamente le idee a differenza dell’arte riesce comunque a liberarci dal dolore perché ci mette in contatto con le radici della vita e in queso momento che cessa il nostro bisogno.
La pietà
Questa è un modo mediante il quale l’uomo riesce a eliminare la sua natura di fare male all’uomo eliminando anche la sua aggressività, e quindi è un modo attraverso il quale ci si sente bene.
L’ascesi
Utilizza alcuni scritti buddisti e indiani per riuscire ad esprimere ciò che è difficilissimo da raggiungere, ovvero il nirvana che si ottiene soltanto attraverso l’annullamento della volontà di vivere arrivando a percepire il nulla, ovvero il nirvana dove si ha la cessazione della volontà umana e dove si percepisce che tutto ciò che noi reputiamo importante nel mondo in realtà non lo è, dissolvendo tutte le nozioni del mondo che abbiamo appreso.

Autore: non indicato nel documento

http://www.manfredoniascuole.it/filosofia/Schopenhauer.doc

SCHOPENHAUER
Schopenhauer nasce in Polonia in una famiglia molto benestante: non ha una tradizione culturale, ma commerciale che egli descrive nella sua biografia. Vive per due anni in Francia per essere educato all’attività mercantile provocandogli grande sofferenza. Grazie alla madre entra in contatto con Meyer, conoscitore della cultura indiana, e grazie a lui inizia a leggere i testi sacri della tradizione induista e buddista. Fu allievo di Fichte da cui poi resterà deluso. Era colpito dalla filosofia di Platone (duplicità del reale) e da quella Kantiana (ricerca del Noumeno). Ma soprattutto apprezza la duplice realtà esposta nella filosofia orientale (Velo di Maya): al di là di ciò che si coglie con i sensi c’è la realtà vera. Il mondo è apparente (fenomeno) ma ha anche una realtà che non possiamo vedere. Riprende anche Berkeley dicendo che il soggetto conferisce l’esistenza all’oggetto in base a se stesso, come è peraltro citato nella rivoluzione copernicana di Kant.

1818: pubblica “Il mondo come volontà e rappresentazione” , ma non riscuote molto successo.

Realtà: dipende dal soggetto. È un continuo fluire di immagini che si organizzano tramite le forme di spazio e tempo in un’unica categoria: la causalità. Tutto è riconducibile ad un rapporto di causa effetto, che in sostanza, è anche l’essenza profonda della materia, è il noumeno. La realtà materiale è quindi dominata dal determinismo, ovvero dalla causa-effetto.
Nel mondo però non c’è soltanto la realtà inorganica, ma esiste anche la vita. La vita è il movimento del reale che si può conoscere nella sua essenza togliendo il “velo di Maya”. La realtà è la rappresentazione personale che si può superare con l’analisi di se stesso.

Analizzando la propria vita ci si coglie come fenomeno (realtà materiale), ma anche come una forza intrinseca che muove i gesti, ovvero la volontà umana. Quindi è la volontà che ci muove. Noi compiamo i gesti come risposta alla volontà istintiva di vivere. Istintivamente si sente la necessità di sopravvivere in relazione alla volontà interiore. La realtà vivente è dominata da questo istinto primordiale che non è razionale, ma è dimostrato dal non suicidarsi e dalla reazione al pericolo per sfuggire alla morte.

Volontà: ci spinge inconsapevolmente a desiderare qualcosa

  • è una forza che non si può dominare
  • è realtà inconscia ed eterna, propria dell’esistenza del mondo
  • è unica in quanto presente in tutti gli esseri viventi
  • incessante perché emerge sempre attraverso i continui desideri
  • universale
  • sinonimo di desiderio, indicando perciò una mancanza di qualcosa, e quindi sinonimo, al tempo stesso, di sofferenza per qualcosa che non si possiede.

La vita umana è perciò dolorosa in quanto si vive in un perenne stato di sofferenza. Il dare soddisfazione ai propri desideri ingenera la noia e quindi conseguentemente sofferenza.

Soluzioni a questa condizione di vita

  • apparenti e false
  • soddisfazione del desiderio, come ad esempio l’amore: la soddisfazione del desiderio sessuale conduce al rapporto sessuale che si conclude con la procreazione; tutto ciò è negativo in quanto si fa ricominciare il processo della volontà.
  • suicidio: esaltazione della volontà; per vivere bene, infatti, bisogna soffocarla e non esaltarla.

  • palliative (temporanee)
  • compassione: atteggiamento che ci porta a sentire una dimensione di condivisione con chi sta soffrendo o è felice.
  • arte: ci porta ad una contemplazione estranea e temporanea. È più profonda della compassione e ci permette di staccarsi più a fondo dal nostro vivere.
  • vera soluzione
  • ascesi: è una strada difficile riservata a pochi. L’uomo raggiunge il Nirvana (il nulla) tramite uno stato di totale atarassia, non volontà, liberandosi totalmente da qualsiasi desiderio personale. Si parla di Noluntas, ovvero non volontà.

 

Questa realtà di sofferenza che genera la noia, lo avvicina soprattutto agli ideali leopardiani per la mancanza di uno prospettiva escatologica e per una concezione della realtà come dolorosa e sofferente.

http://anki.altervista.org/appunti/riassunti/filosofia_terzo_anno.doc

Autore: non indicato nel documento

Schopenhauer, genio e follia

SchopenhauerSchopenhauer

Le meccaniche che muovono e strutturano la follia sembrano definire nel contempo il sottosuolo dell’esperienza artistica e filosofica.
Gli stretti legami tra follia, esperienza estetica, estasi, entusiasmo, provar-stupore, aver vertigini, riemergono e vengono attentamente considerati nelle osservazioni che si dipanano nei capitoli centrali del terzo libro del Mondo come volontà e rappresentazione.

Arthur Schopenhauer: breve riassunto sul suo pensiero

 “Il Velo di Maya”
Schopenhauer  distingue tra il fenomeno e la cosa in sé come fa Kant. Mentre per Kant il fenomeno è la realtà e la cosa in sé è un concetto limite, per Schopenhauer il fenomeno è una semplice illusione, mentre la cosa in sé è la realtà che si nasconde dietro l’illusione del fenomeno. Il fenomeno è detto quindi “Velo di Maya”. Il fenomeno è una rappresentazione che esiste soltanto dietro la coscienza. La rappresentazione ha due aspetti: il soggetto rappresentante e il soggetto rappresentato. Il soggetto e l’oggetto esistono soltanto dentro la rappresentazione.
Anche Schopenhauer, come Kant, ritiene che nella nostra mente ci siano tre forme a priori e che sono soltanto tre: spazio, tempo e casualità. La casualità assume forme diverse manifestandosi in quattro modi:

  1. come principio del divenire (che regola i rapporti tra gli oggetti                    naturali);
  2. come principio della conoscenza (che regola i rapporti tra premesse e conseguenze);
  3. come principio dell’essere (che regola i rapporti spaziotemporali e quelli aritmetico geometrici;
  4. come principio dell’agire (che regola i rapporti fra un’azione e i suoi motivi).

Essendo la rappresentazione un’illusione ingannevole se ne deduce che la vita è sogno cioè una rete di inganni. Ma al di là del sogno esiste la vera realtà su cui l’uomo deve interrogarsi.

La via di accesso alla cosa in sé

Se noi fossimo soltanto conoscenza e rappresentazione, non potremmo mai uscire dalla rappresentazione puramente esteriore di noi stessi e delle cose. Ma, poiché noi siamo anche corpo, allora, noi viviamo con noi stessi anche dal nostro interno cioè godendo e soffrendo.E’ questa esperienza interna che permette all’uomo di afferrare la cosa in sé. Infatti ripiegandoci su noi stessi, ci rendiamo conto che la cosa in sé del nostro essere è la volontà di vivere. Infatti noi siamo vita e volontà di vivere e il nostro corpo manifesta all’esterno questo nostro desiderio interiore. Pertanto il mondo fenomenico è il modo attraverso cui si rende visibile la volontà di vivere. Da quanto detto si capisce il significato del titolo del capolavoro di Schopenhauer “Il mondo come volontà e rappresentazione”. La volontà di vivere non è soltanto la cosa in sé dell’uomo ma è la cosa in sé di tutte le cose, è la cosa in sé dell’intero universo.

Caratteri della volontà di vivere

La parola “volontà” per Schopenhauer non significa volontà cosciente, ma energia o impulso senza alcun comportamento razionale. La volontà è oltre lo spazio e il tempo quindi è unica, perché non è soggetta al principio di individuazione che invece è presente in tutti gli altri enti, che perciò sono molteplici. La volontà è anche eterna, appunto perché è fuori dal tempo. Infine, essendo fuori dal mondo, non ha causa e non ha scopo ed è un impulso inconsapevole. Essa è l’unico assoluto e Dio non esiste. Dapprima la volontà si oggettiva in un sistema di forme immutabili, senza spazio e senza tempo, che Schopenhauer chiama idee, considerati gli archetipi del mondo. In una seconda fase la volontà si oggettiva nei vari individui del mondo naturale. In questo mondo e nell’uomo la volontà si presenta in gradi diversi e nell’uomo si manifesta nei suoi gradi massimi: la maggiore consapevolezza però implica un maggiore dolore.

 

Il pessimismo

Se l’essere è la manifestazione di una volontà infinita allora la vita è dolore. Infatti volere significa desiderare e il desiderare significa stare in una tensione dovuta la fatto che non si ha qualche cosa che si vorrebbe avere. Ottenendo quello che si vuole, si ha un piacere parziale, perché poi si desidera un’altra cosa e cosi all’infinito. Inoltre anche quel minimo appagamento che si ottiene, conduce presto alla saturazione e quindi alla noia. Per tanto la vita è un continuo oscillare tra il dolore e la noia. Tutto quello che si ottiene , anche un minimo piacere, quando si raggiunge una tale cosa non è altro che la cessazione momentanea del dolore. Tutto nel mondo soffre, perché in tutto c’è la volontà di vivere. Il male non è soltanto nel mondo, ma nel principio stesso da cui il mondo dipende, cioè la volontà. E questa volontà, unica nella sua essenza si auto lacera nel mondo in una guerra continua del tutto contro tutto e di tutti contro tutti. Per tanto in questa vicenda cosmica l’individuo è soltanto uno strumento per la continuazione della specie e non ha in sé alcun valore. Attraverso l’amore, la volontà pensa solo alla continuazione della specie e per questo che l’atto sessuale è accompagnato da un particolare piacere. È dovuto solo a questo che la donna prima è piena di attrattive e poi da anziana le perde. L’amore procreativo è una vergogna perché mette al mondo individui destinati a soffrire

Le vie di liberazione del dolore

La vera risposta al dolore del mondo consiste nella liberazione della volontà di vivere. Schopenhauer elenca così le varie tappe della liberazione , che sono: l’arte, la morale e l’ascesi.
L’arteper Schopenhauer è la conoscenza libera e disinteressata che si rivolge alle idee, cioè ai modelli eterni delle cose. Nell’arte infatti questo “mio amore personale”, come quello tra Renzo e Lucia ne I promessi sposi o tra Petrarca e Laura, diventa con l’arte l’amore a livello universale in quanto l’arte ne evidenzia l’essenza immutabile valida per tutti. Quindi il soggetto che contempla le idee, cioè gli aspetti universali della realtà, non è più l’individuo soggetto alla volontà, ma il puro soggetto del conoscere cioè il puro occhio del mondo. In tal modo l’individuo risulta sottratto alla catena dei bisogni e dai desideri quotidiani con un appagamento perfetto. In tal modo si supera sia la volontà, sia il dolore sia il tempo. Tuttavia la funzione liberatrice dell’arte e solo temporanea e quindi non è una via per uscire dalla vita ma è soltanto un conforto per la vita.
La morale implica un impegno nel mondo a favore del prossimo. Quindi la morale nasce da un sentimento di pietà attraverso cui avvertiamo come nostre le sofferenze degli altri. Quindi tramite questa pietà noi sperimentiamo l’unità metafisica di tutti gli esseri. La morale si compone di due virtù cardinali: la giustizia e la carità (Agape). La giustizia consiste nel non fare il male e nel riconoscere agli altri ciò che noi riconosciamo a noi stessi. La carità si identifica con la volontà positiva e attiva di fare del bene al prossimo. Al suo massimo livello, la pietà consiste nel fare propria la sofferenza di tutti gli esseri e deve assumere su di sé il dolore cosmico. La morale tuttavia rimane pur sempre all’interno della vita e quindi presuppone un qualche attaccamento ad essa. Pertanto Schopenhauer non ha raggiunto il suo traguardo di liberazione totale della volontà di vivere perché l’amore per il prossimo tipico della morale presuppone questa volontà.
L’ascesi è l’esperienza per la quale l’individuo cessando di volere la vita e dunque la volontà stessa, vuole annullare il proprio desiderio di esistere e di volere. Il primo passo dell’ascesi è la castità perfetta che libera dall’impulso alla generazione. Le altre manifestazioni dell’ascesi (la rinuncia dei piaceri, l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio, la penitenza corporale) tendono a sciogliere la volontà di vivere dalle proprie catene. Anche se la volontà fosse interamente vinta in un solo individuo essa morirebbe tutta, perché è una e una soltanto. La soppressione della volontà di vivere è l’unico atto di libertà che sia possibile all’uomo. Quando egli riconosce la volontà come cosa in sé, si sottrae nello stesso tempo alla sua tirannia. La coscienza del dolore come essenza del mondo è un quietivo del volere, nel senso che lo annulla e fa in modo che l’uomo diventi libero. Quando l’uomo diventa libero entra in quello stato che i cristiani chiamano di grazia. Mentre nei mistici cristiani l’ascesi si conclude con l’unione con Dio, invece in Schopenhauer si conclude con l’accesso al Nirvana buddista. Il nirvana è l’esperienza del nulla, che non è il niente ma è un nulla relativo al mondo, cioè la negazione del mondo stesso pur rimanendo qualche cosa da parte nostra.

Genialità-Follia

Nell’approfondire i caratteri del genio, del suo distanziarsi dall’uomo volgare (der gewöhnliche Mench),si renderà pressoché necessario il riferimento ai fenomeni propri della follia.
Anzitutto la contemplazione del genio si costruisce facendo astrazione dal principio di ragione, in tutte le sue forme: la genialità è appunto l’attitudine a mantenersi nel luogo dell’intuizione pura, luogo in cui avviene la perdita, la rinuncia del Sé. Risulta pertanto inseparabile da un oblio completo della propria personalità e di tutte le relazioni che sostiene (e la sostengono) nel mondo. Nell’intuizione estetica non siamo più consapevoli di noi stessi, ma solo degli oggetti intuiti. Essa è anche esperienza di un annullamento (sia pure temporaneo) della propria volontà, e quindi del dolore. Nella contemplazione dell’idea il genio infrange la sua servitù (der Dienst) alla volontà, non è più lo strumento che le procura i mezzi per soddisfarla. La voce della volontà individuale tace, il genio non è altro che il più alto grado dell’oggettità, ossia la direzione oggettiva dello spirito, in opposizione alla direzione soggettiva, che fa capo alla propria persona, alla propria volontà.
Di particolare interesse sono per noi le ricadute della posizione im-personale del genio nella vita pratica, nella vita di tutti i giorni. Non più servo della volontà individuale, teso interamente alla conquista dell’idea, egli guarda alla vita con occhi del tutto diversi da quelli dell’uomo comune, non interessandosi tanto di considerare e organizzare la sua via nella vita, quanto piuttosto di contemplare la vita stessa, in ciò che vi è di permanente, di essenziale, di incausato. La conoscenza, mentre per l’uomo volgare è la lanterna che illumina la via (la sua via individuale nella vita), per l’uomo di genio è invece il sole che illumina il mondo. La considerazione delle molteplici relazioni che la sua individualità intrattiene con gli oggetti del mondo non trova posto nell’attività contemplativa del genio; ponendosi altrove rispetto al campo d’applicazione del principio di ragione, la genialità non potrà che risultare deficitaria per quanto riguarda la prudenza (die Klügheit) e la saggezza pratica, con tutti i correlati che tale deficienza immancabilmente produce nello svolgersi della vita quotidiana. Già qui Schopenhauer sta costruendo la strada che porterà all’analogia conclusiva tra la genialità e la follia.
Da questo punto in poi Schopenhauer procede a grandi passi sino al parallelo finale genialità-follia, conclusivo del trentaseiesimo capitolo: tutto ciò che viene detto del genio è già nutrito dall’intenzione finale di chiarire la genialità nella follia.
A questo riguardo è interessante che venga ‘ricordata’ la ripugnanza del genio nei confronti della logica e la sua scarsa attitudine alla discussione. È proprio la conversazione che separa la genialità dal modo comune di vivere, di conoscere, di dialogare: il genio ha tendenza al monologo. Ad orecchie educate al principio di ragione il dis-correre del genio, che sembra non vedere il suo interlocutore (assorto com’è nella contemplazione dell’idea) e si mostra del tutto incurante di ogni rispetto nei confronti della coerenza logica, non può che assumere i caratteri del delirio, di un discorso non solo e non tanto incomprensibile, quanto piuttosto non-comunicante.
Infine il genio può mostrare tante di quelle debolezze che rasentano veramente la follia (der Wahnsinn). Che genio e follia abbiano un lato in cui si toccano, anzi si confondono, è un’osservazione che venne fatta più d’una volta.
Il grande muro di citazioni letterarie, posto in limine dell’esplorazione della follia, raccoglie affermazioni dal Platone del Fedro, da Cicerone, da Pope, affermazioni che concordano tutte nel ritenere che senza un briciolo di follia non vi può essere autentica genialità (le citazioni letterarie, per quanto moltiplicate all’infinito, non possono certo costituire prova esaustiva della continuità genio-follia; e questo è presente agli occhi dello stesso Schopenhauer, che poco oltre si sforzerà d’indagare sulla natura della follia in ben altri termini).
La conclusione a cui si arriva è quasi obbligata: sembrerebbe che ogni superiorità intellettuale oltrepassante la media comune debba venir considerata come un’anormalità predisponente alla follia.
La riflessione viene bruscamente interrotta per far spazio ad un breve esame preliminare sulla follia in se stessa. Preliminarmente si osserva come la razionalità scientifica non sia di fatto ancora giunta ad un’autentica e sicura comprensione della natura della follia e non è quindi in grado di produrre il concetto della differenza tra follia e salute mentale.
È una realtà incontestabile che i folli (die Wahnsinningen) siano anche in grado di ragionare e che dunque in loro l’attività dell’intelletto e della ragione non è del tutto spenta. Sono in grado di capire e di farsi capire. Non sono nemmeno del tutto estranei all’ordine impartito dal principio di ragione, se è vero che hanno generalmente una percezione abbastanza esatta di quanto avviene intorno a loro, e afferrano la connessione delle cause e degli effetti. In breve: la follia sembra far capo a una mancanza della memoria. Non si può comunque parlare di una paralisi dell’intera facoltà mnemonica, in quanto i folli riescono spesso a ricordare scene del proprio passato e talora anche a rappresentarsele con estrema vivezza.
Ciò che accade in loro è che il filo della memoria viene spezzato, la continuità della sua concatenazione soppressa, e ogni richiamo regolare coerente del passato è reso impossibile.
Lo spazio della memoria è dunque costellato di vuoti e la follia giunge a realizzarsi proprio nel riempire questi vuoti, nel colmarli con finzioni.
Non è un caso infatti che l’incespicante e frammentata memoria del folle inneschi un processo al termine del quale vi è una profonda trasformazione dell’identità personale:

il vero e il falso si confondono (vermischen) in modo costantemente crescente nella sua (del folle) memoria. Il presente immediato viene certo percepito con esattezza, ma è falsato da relazioni fittizie con un passato chimerico; i pazzi confondono se stessi e gli altri per persone che non esistono se non nel loro passato fantastico

La follia è dunque, attraverso la memoria, disturbo della personalità. Ecco il processo: in primo luogo si pensi al’come’ di questi vuoti all’interno del tessuto mnemonico. La meccanica che li produce viene ripercorsa per sommi capi e risiede tutta nel tentativo di porre in parentesi un dolore, un’afflizione insopportabile, che non ci concede tregua. È una sorta di meccanismo di rimozione quello che segna il passaggio dal dolore alla follia. Riguardo le modalità di costruzione di queste finzioni, il testo schopenhaueriano,  pare taccia. Forse la meccanica che regola la produzione dei ‘riempimenti’ è la stessa che guida la vita inconscia.
Se il proprio passato viene controllato, costruito, da una memoria assolutamente obbediente al principio di ragione, il risultato sarà la percezione presente di un ‘io’ stabile, che si prolunga con coerenza dal passato e che altrettanto coerentemente si affaccia verso il futuro. Qualora invece il tessuto mnemonico sia colmo di buchi, e la continuità interrotta interamente colmata da finzioni prodotte al di fuori dell’io, allora non vi è più possibilità di rinvenire alcuna continuità, alcuna coerenza. La percezione che avviene ora, nel presente, viene a trovarsi in un luogo disancorato dal principio di ragione, un luogo nel quale la nozione stessa di ’io’ risulta assente. Non sorprende così che la percezione dell’individualità sfumi. E non solo la percezione della propria, ma anche di quella altrui: i pazzi confondono se stessi e gli altri per persone che non esistono.
La questione della follia non sembra risolversi esclusivamente in una questione di connessioni e relazioni mancate tra un’esatta percezione del presente e di alcuni elementi frammentari del passato. Nell’momento in cui il folle, percependo qualcosa, si richiama al tessuto mnemonico che abita in lui, in quel momento la natura estatica, impersonale, di questo tessuto lo avvolge, lo fa suo, parla attraverso di lui, lo ispira. Da qui, ogni relazione spaziale, temporale e causale proiettata sullo sfondo di un tessuto mnemonico lacerato, non più controllato dall’io, si annulla e la figura assume il senso che la struttura gli conferisce, non quello che io, in forza del principio di ragione, gli potrei conferire. Insomma, è il delirare della percezione.
Il parallelismo tra genialità e follia non dev’essere per altro inteso in senso assoluto, quasi si trattasse di una totale coincidenza.
Ad ogni modo è innegabile che vi sia per Schopenhauer un punto di contatto tra genialità e follia.
La considerazione del fatto che gli uomini non sono soltanto capaci di produrre le opere d’arte, ma sono anche in grado di fruirle, porta inevitabilmente al riconoscimento che l’attitudine propria del genio, attitudine a svincolarsi dal principio di ragione, sia pure in una misura diversa dev’essere propria di tutti gli uomini, senza di che sarebbero incapaci di gustare le opere d’arte, né più né meno di quello che non siano a produrle
Come in ognuno di noi alberga la dis-posizione alla genialità, allo stesso modo nessuno di noi può ritenersi del tutto al riparo dalla follia. Per quanto messa a tacere dall’attività della conoscenza razionale, essa è elemento costitutivo dell’essere dell’uomo. Al pari della genialità, si presenta come la dis-posizione che apre all’uomo la possibilità di una conoscenza vera, svincolata dal principio di ragione, tesa all’intuizione dell’idea
In tal senso l’arte è tutt’uno con la filosofia, è già ricerca filosofica.

la filosofia si distingue da essa unicamente per il modo d’espressione. All’artista come al filosofo occorrono due qualità: a) genialità, cioè conoscenza capace di trascendere il principio di ragione o conoscenza delle idee; b) la capacità di ripetere attraverso una tecnica trasmissibile, che può essere acquistata mediante esercizio, le idee intuite in una certa sostanza (questa sostanza per il filosofo sono i concetti, come per lo scultore il marmo, per il pittore i colori, ecc.)

La genialità risulta così il fondamento, la condicio sine qua la produzione e la fruizione estetica, così come la stessa ricerca filosofica, non potrebbero nemmeno essere.
Se la genialità e la follia avvengono nel medesimo luogo (o quanto meno individuano nel loro confondersi un territorio comune), allora è inevitabile riconoscere anche alla fatica filosofica un fondamento nella follia. Il linguaggio filosofico insomma, che prende vita nella sostanza dei concetti, attinge la propria origine nella concezione intuitiva del mondo, nella genialità-follia, che costituisce dunque il suo autentico fondamento, il suo Grund.

Autore : Di Tuoro Gaetano

fonte: http://skuola.tiscali.it/sezioni/tesine/11273-tesina.doc

Spiritualità , Meditazione + Enciclopedia dell’esoterismo


 

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